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Questo spazio dedicato alle mie rubriche vuole essere un "posto" di condivisione, non solo di confronto su riflessioni o filosofie, ma anche e soprattutto sulla comunanza di esperienze di vita, di quotidianità, di concretezza, partendo da un semplice e allo stesso tempo complesso concetto che impariamo facendo e solo facendo impariamo. Tutti!

26/04/2022

Artigiani di felicità

Faccio quello che voglio oppure voglio quello che faccio?

faccio quello che voglio oppure voglio quello che faccio

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26/04/2022

Artigiani di felicità

Faccio quello che voglio oppure voglio quello che faccio?

Il titolo di questo articolo non è “nato” da me. Un bimbo di poco più di cinque anni rispose così alla domanda di una signora che mentre si guardava attorno in visita ad una scuola Montessori, gli chiese: “Così questa è una scuola dove fate tutto quello che volete?”, il bimbo, appunto rispose “no signora, noi qui non facciamo quello che vogliamo ma vogliamo quello che facciamo”.[1]

E noi? Chi di noi riuscirebbe a rispondere in maniera così sapiente?

Tra pochi giorni sarà il primo maggio, la festa dei lavoratori, e tutti noi sappiamo bene quanto l’aspetto lavorativo incida, nel bene o nel male, sulla nostra qualità della vita, sulla nostra felicità…ricordate l’importanza della felicità dell’opera nell’entusiasmante cammino verso l’obiettivo di una vita felice? Il bambino di prima, con la sua risposta, ci fa capire subito la differenza tra fare qualcosa e amare quello che si sta facendo.

Non tutti amano quello che fanno, a livello lavorativo, e molto saggiamente decidono d’intraprendere delle attività, degli hobby, dei “passatempi” che cercano di sopperire a quella mancanza, permettendo in questo modo l’utilizzo di determinate potenzialità che potendo esprimersi bilanciano il sentimento di appagamento e quello d’insoddisfazione raggiungendo un compromesso soddisfacente.

Qualcuno cambia drasticamente il proprio lavoro, qualcun’altro si adatta ad un modello “così fan tutti”, obbligandosi per scelta a fare qualcosa “tanto per lo stipendio”. 

Tu? Dove ti collocheresti?

Hai trovato un compromesso che ti soddisfa? Hai pensato fosse meglio adattarsi “tanto per lo stipendio”? Oppure hai deciso di cambiare?

Tutte e tre queste opzioni, le più comuni, ma potrei citarne molte di più, nascono da scelte libere che presuppongono determinate responsabilità. Anche quando noi crediamo di non aver alternative possibili, per cambiare alcuni aspetti che non ci soddisfano, in realtà le abbiamo, ma non le vediamo.

Oppure le vediamo le possibili alternative, ma non le guardiamo con attenzione per paura di rimanerne affascinati, e ancora una volta dobbiamo fare i conti con le nostre responsabilità al riguardo.

Il nostro lavoro, il nostro fare, il nostro mettersi a servizio dell’umanità attraverso la nostra opera fanno sempre la differenza nella nostra concezione di felicità e il coach umanista serve anche a questo: specialmente quanto abbiamo difficoltà a trovare le energie necessarie e la motivazione, la conoscenza e il seguente allenamento delle proprie potenzialità diventano elementi determinanti perché è sperimentando la gratificazione, che deriva dall’esprimere il meglio di sé, che si acquisiscono straordinarie risorse psicologiche. 

Qualsiasi lavoro tu faccia, ti auguro di volere quello che fai!

A presto!

 

[1] M. Montessori, La mente del bambino, 2016, Ed. Garzanti Elefanti, Milano. Pag: 252

28/03/2022

Artigiani di Felicità

Scegliamo liberamente!

scegliamo liberamente

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28/03/2022

Artigiani di Felicità

Scegliamo liberamente!

Scegliamo liberamente! 

Davvero?

Riflettevo sull’importanza fondamentale della “libera scelta” montessoriana per la formazione del piccolo d’uomo e le nostre scelte “libere” da adulti, e di come queste decisioni autonome influiscano poi sulla loro e nostra felicità.

“Il più grande dono che possiamo fare ai nostri bambini è di stare al loro fianco e lasciarli liberi di svilupparsi a modo loro…Poiché su questo argomento i nostri figli ne sanno più di noi”, queste sono parole di Maria Montessori dette durante un discorso rivolto ai genitori nel 1930 a Londra. 

L’argomento, molto vasto, della libera scelta del bambino è stato e lo è tutt’ora molto frainteso: libera scelta non significa “fai tutto quello che vuoi sempre e comunque” e la Montessori chiarisce subito con le parole che seguono: “Lasciare fare quello che vuole ad un bambino che non ha sviluppato la volontà è tradire il senso di libertà”. 

La libertà intesa da Montessori è, invece la conseguenza dello sviluppo attivo, costruito attraverso l’esperienza propria, in un ambiente preparato. La conquista della libertà è quel lungo lavoro di sviluppo su sé stesso che il bambino compie per creare sé stesso. Scrive ancora Montessori: “Nessuno può “sviluppare” un’altra persona. Lo “sviluppo” non si può insegnare”. Approfondiremo l’argomento della libera scelta del bambino, nelle rubriche dedicate a lui, affrontando anche il lavoro, la ripetizione e la concentrazione per comprendere meglio l’immenso lavoro di amore e rispetto fatto dalla dottoressa. 

Come il bambino, che per scegliere il meglio per sé stesso ha bisogno di libertà così lo è per noi adulti. Ma se è vero che al bambino la libertà di scelta serve per poter sviluppare sé stesso, a noi adulti le nostre libertà di scelta servono per esprimere chi siamo, per definire la nostra personalità. 

La libertà non arriva da sola. Arriva con la responsabilità. Pochi vogliono davvero essere liberi, proprio perché essere liberi significa assumersi le responsabilità delle proprie scelte. 

E per essere felici? Eccoci al nocciolo della questione…per essere felici dobbiamo sceglierlo, volerlo, prima di tutto e assumerci la responsabilità di quello che facciamo per raggiungere l’obiettivo. Possiamo anche sbagliare? Direi proprio di sì. Maria Montessori anche in questo c’insegna: gli errori sono muti maestri di vita vissuta. 

Per essere felici torniamo ancora alla libertà. Quella libertà, che per essere riconosciuta ha bisogno di coraggio, per uscire da schemi mentali e opinioni limitanti di noi, spesso retaggio famigliare involontario. Quella libertà che ha bisogno di conoscenza, dei vari metodi e tecniche per rispondere meglio alla domanda “ok, ma adesso come faccio?”.  Quella libertà che per essere espressa ha bisogno, anche, di allenamento: se davvero vogliamo imparare a sciare dobbiamo sciare…se davvero vogliamo imparare e essere liberi dobbiamo “liberarci”. 

Allenarsi per essere liberi significa fare i conti con “voglio quello che faccio” e non “faccio quello che voglio”.

Allenarsi per essere liberi vuole anche dire accettare il cambiamento di sé stessi e volerlo, sopra ogni cosa, sopra i giudizi delle persone accanto a noi, sopra le nostre paure d’insuccesso, sopra la fatica della prova. 

Allenarsi per essere liberi ci indica una guida da seguire, un mentore, che in alcuni momenti diventa di fondamentale importanza per raggiungere l’ambita meta dalla felicità, senza dimenticare che è il viaggio che ci porta alla meta e mai il contrario. 

Buon viaggio allora!!!

A presto.

07/03/2022

Artigiani di Felicità

Cosa intendo quando vi parlo di felicità. Prima parte.

cosa intendo quando vi parlo di felicita prima parte

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07/03/2022

Artigiani di Felicità

Cosa intendo quando vi parlo di felicità. Prima parte.

Spesso diamo per scontato che i significati che ognuno di noi da a determinate parole, siano gli stessi per tutti e così facendo incorriamo ancor più spesso in molti fraintendimenti. 

Riflettendo su questo pensiero ho deciso di illustrarvi, nel migliore dei modi che conosco, il mio personale significato di felicità. 

Credo profondamente che la felicità sia un diritto di tutti e che è solo attraverso la felicità che si tende alla vita buona, alla buona vita, che è quella in cui si sviluppano le proprie forze, si realizza il proprio potenziale, si diventa quello che la natura c’impone di divenire. 

Come mai è così importante sapere e capire qual è la nostra concezione di felicità?

L’autorealizzazione strettamente legata alla felicità è una spinta istintiva innata che preme per esprimersi. Le capacità individuali non sono “solo” potenzialità, ma ancor prima sono bisogni da soddisfare. Famosissimo è questo pensiero di Maslow, che esprime senza ombra di dubbi il concetto: “Le persone intelligenti dovranno usare la propria intelligenza, le persone dotate di occhi per vedere dovranno impiegarli, le persone dotate di capacità di amare avranno l’impulso di amare e la necessità di amare per sentirsi sane. Le attitudini pretendono di essere sfruttate e cessano di protestare quando vengono adoperate in misura sufficiente”. È vero, però, che i nostri istinti che chiedono di essere coltivati, curati ed espressi in forma creativa e costruttiva, sono anche deboli, esili e delicati, si lasciano soffocare con estrema facilità dall’ambiente, dalla paura, dai giudizi degli altri e dalla disapprovazione.  Anche così, debole e fragile, la natura umana preme per esprimersi apertamente, persiste sotterranea e difficilmente scompare o muore. 

Il malessere che sopraggiunge quando non troviamo il nostro posto nel mondo, deriva in gran parte, dal non riuscire a realizzare la spinta alla felicità che caratterizza l’originalità di ognuno di noi. Comprendere se ho la felicità del fare, legata alla mia opera, piuttosto che la felicità dell’essere legata alla mia autonomia o quella dell’amare legata alla mia affettività diventa di fondamentale importanza in quanto m’indirizzerà la strada per affrontare e risolvere difficoltà di autogoverno e autorealizzazione e permetterà d’inquadrare il senso e il significato di un obiettivo.  

Quali sono queste tre aree del nostro sviluppo che dobbiamo soddisfare per essere felici, perché strettamente collegate ai nostri bisogni? L’autonomia, la competenza e la relazionalità. Vediamole, brevemente, ma una alla volta. 

L’autonomia riguarda il rapporto con sé stessi e si collega alla felicità dell’essere: questa felicità si esprime nell’amore per la vita e per il proprio essere nella vita stessa. È una felicità sottile, raffinata, la si descrive con semplici frasi, come per esempio: sentire il sole sulla pelle in riva al mare o godere immensamente alla vista delle Dolomiti, come capita a me. 

La competenza è un’area di sviluppo che nasce dal bisogno del fare, strettamente collegata alle capacità e alle abilità. La competenza è legata alla felicità dell’opera, che può essere in molti ambiti differenti: artistica, artigiana, letteraria o scientifica. Le persone che hanno questo tipo di felicità predominante si esprimono nella realizzazione di un fare concreto e operoso che è sempre teso all’eccellenza. 

La relazionalità si esprime attraverso il bisogno di costruire e avere relazioni sociali, è la tendenza ad aderire ad un gruppo, a sentire le connessioni, i legami, a stabilire emozioni di collaborazione, amicizia, cooperazione, amore e produzione comune. E’ il terreno dove troviamo emozioni complesse e contrastanti, ma è anche l’area di sviluppo che permette alla persone di esprimere la loro massima felicità nell’amore, nel mettere a proprio agio le persone che li circondano. 

Queste tre aree di sviluppo abbiamo visto che esprimono anche determinati bisogni che non si compensano a vicenda: la piena soddisfazione di un’area non risolve la frustrazione di un’altra. Posso preferire la felicità dell’amare dedicandovi più tempo e più energia, ma allo stesso tempo devo coltivare il rapporto con me stessa e con il mio lavoro, proprio perché se voglio essere felice è importante mantenere un equilibrio dinamico tra le tre aree di sviluppo. 

Essere felici è una questione di allenamento! 

La visione della vita che vorremmo è il principio da cui si parte. Solo dopo cerchiamo le leve e le opportunità che ci sono nella realtà per realizzarla. Il malessere, spesso, non nasce da mancanze, difetti, carenze, traumi, ma sorge dall’impossibilità o incapacità di esprimere le nostre motivazioni, le nostre potenzialità e i nostri desideri. 

E tu? Qual è la tua felicità predominante, ci hai mai pensato?

21/02/2022

Le domande degli occhi

Dimmi cosa senti

dimmi cosa senti

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21/02/2022

Le domande degli occhi

Dimmi cosa senti

Spesso con le parole del titolo chiedo ai miei bambini, al nido, come stanno. A modo loro quasi tutti, sempre, mi rispondono. Chi anche con lunghi discorsi, chi con un sorriso o con un semplice sguardo, e queste risposte attese suscitano in me ogni volta forti emozioni.

Mi risvegliano tenerezza, la fragilità dei bambini alimenta il mio desiderio di essere gentile, attenta e comprensiva. Mi portano amore, considerando che forse tra tutte le emozioni, proprio l’emozione dell’amore è la più contraddittoria che può portare in noi un enorme sorriso o scatenare un fiume di lacrime. Mi donano felicità, che è sempre diversa per ogni persona, io per esempio, sono felice quando beneficio delle mie capacità e di quello che posso e che so fare. Mi regalano allegria, aumentando così la mia energia.

Allo stesso tempo, a volte, in altri momenti, sempre con i bambini, mi sento insicura, quando non mi fido di loro, e del mio sguardo nuovo, mi ritrovo confusa difronte al disordine imprevedibile e caotico che creano, mi percepisco ostile perché si oppongono ai miei desideri, mi sopraggiunge la frustrazione proprio quando non ottengo quello che speravo di raggiungere, più attenzione, più silenzio, più collaborazione…

Prima di accogliere il benessere o malessere emotivo dei bambini con i quali lavoro, devo accogliere il mio.

Prima di accogliere il benessere o malessere di mio figlio, devo accogliere il mio.

Che rapporto avete con le vostre emozioni?

Cosa avete pensato quanto ho parlato di benessere emotivo?

Il benessere emotivo deriva dalla nostra abilità di gestire le emozioni che viviamo. Non è la felicità. Il benessere è influenzato da quanto siamo in grado di integrare l’esperienza emotiva con il pensiero razionale, per fare scelte che siano adatte a noi e per fare buon uso delle nostre forze e della nostra esperienza. Questa capacità nel gestire le emozioni la raggiungiamo in modo progressivo con il trascorrere dell’età e l’accumularsi delle esperienze di vita. A volte servono, anche, dei percorsi di crescita personale per acquisire maggior consapevolezza dei nostri punti forza e debolezza, delle nostre luci e delle nostre ombre, considerando che ognuno di noi fa il meglio che può con la conoscenza e la consapevolezza che ha in quel determinato momento.

I bambini sono dominati dalle proprie emozioni, sia in positivo che in negativo.

Lo sviluppo della competenza emotiva viene raggiunto raramente senza un significativo supporto degli adulti di riferimento. Mi riferisco ad adulti consapevoli e che conoscono la potenza e l’importanza di una risposta emotiva invece di un’altra. Se un bambino riceve un messaggio negativo di fronte a emozioni forti come la paura, la rabbia, la malinconia, e capisce che non sono ben accetti potrà cercare di nasconderli.

Vi lascio alcuni pratici consigli per accompagnare i vostri figli a conoscere e accettare le proprie emozioni, per aiutarli a crescere più sicuri di sé stessi e contrastare i sentimenti negativi.

  • Il bambino deve capire che avete compreso che è arrabbiato e che voi accettate la sua arrabbiatura;
  • Aiutatelo a dare un nome a quello che sente senza giudicarlo o sgridarlo per questo;
  • Fornite uno spazio sicuro dove il bambino possa ritrovare calma e serenità;
  • Chiaramente e fermamente fategli capire che il comportamento distruttivo non sarà accettato;
  • Dopo “la tempesta” viene sempre “il sereno” …chiacchierate dell’accaduto con il bambino o la bambina, anche se piccola, anche se non parla, con il desiderio di capire, di ascoltare le sue motivazioni, aspettate le risposte, aspettate…
  • È un cammino che fate insieme, mentre i bambini imparano a conoscere le loro emozioni, voi acquisite maggior consapevolezza sulle vostre.

I bambini imparano circa loro stessi da come noi rispondiamo loro. La nostra attenzione, il nostro apprezzamento, oppure le nostre risposte costruttive, in un futuro non troppo lontano saranno le loro verso di noi.

E tu? dimmi cosa senti?

A presto!

14/02/2022

Le domande degli occhi

Lasciamoli litigare

lasciamoli litigare

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14/02/2022

Le domande degli occhi

Lasciamoli litigare

Vi ho lasciato alle prese con i tre aspetti fondanti dell’osservazione: non giudizio, pazienza e silenzio.

Come è andata?

Io mi stupisco tutti i giorni, quando riesco ad osservare i miei bambini durante il lavoro, per le preziose informazioni che mi danno su di loro e su me stessa. Non sarò mai “imparata”, voglio coltivare il senso dello stupore e della meraviglia con i miei anni che passano attraverso i loro occhi e quelli di mio figlio, senza dare niente per scontato e sicuro, o rassicurante, perché niente lo è.

Una cosa è ascoltare le spiegazioni teoriche di determinate questioni un’altra è viverle, sentirle sulla propria pelle, toccarle con mano. Vi racconto cosa mi è capitato proprio in questi giorni per farvi capire meglio cosa intendo.

Un pomeriggio verso le quattro e mezza Marta, farà due anni a maggio, s’impossessa di una delle poltroncine, di solito quel mobile si usa solo per l’attività dedicata: la cura della persona. Vedendo questo Paolo, farà due anni anche lui a marzo, come fisicità è quasi il doppio di Marta, la prende per un braccio la tira e cerca di buttarla giù dalla poltroncina. Lei coriacea non molla, urla, ma non cede, la poltroncina è sua per ora! Tutti e due mi guardano aspettando che io intervenga e io non lo faccio, li guardo attentamente, voglio che non si sentano soli, ma che capiscano che se la devono sbrigare tra loro. A questo punto giunge sulla scena Alice, un po' più grande di loro, farà tre anni a novembre, dà un sonoro ceffone a Paolo dicendogli ad alta voce “Lascia stare la Marta!!!”. Paolo mi guarda, io lo ricambio, lui si abbassa a terra e dà due manate al pavimento sorridendo, intanto Marta con “non calanche” si alza dalla poltroncina e con una sbirciata a me e un’occhiata amica a Paolo lo lascia sedere. Anche Alice mi guarda e poi se ne va!

Che dirvi ora? Se avessi giudicato? Se fossi stata impaziente? E ancora se avessi parlato, suggerito cosa o come avrebbero dovuto comportarsi per gestire la loro questione?

Il litigio è stato gestito da loro soli in maniera sublime!

Questo è l’aspetto che più mi sta a cuore, e cerco di farvi cogliere fin dall’inizio: io posso parlarvi e anche cercare di suggerirvi un comportamento invece di un altro, ma solo vivere una determinata esperienza cambia la prospettiva di sguardo permettendoci di vedere qualcosa che fino a quel momento non avremmo visto. E la dovete vivere proprio voi stessi.

Avrei sbagliato se fossi intervenuta! Maria Montessori lo scrive in tutti i suoi libri, il nostro intervento come educatori, come genitori deve essere minimo e indispensabile, lei dice “lasciate che i bambini se la cavino tra loro, e così facendo potremo osservare con maggiore obiettività le manifestazioni e il comportamento infantile, di cui l’adulto è ancora all’oscuro.

I bambini litigano, e loro lo sanno fare bene! Il litigio tra bambini è una forma d’interazione infantile basata sulla richiesta sistematica d’interesse e di attenzione reciproca. Difficilmente si fanno davvero del male e imparano a comunicare tra pari con gli stessi poteri. Daniele Novara, importante psicopedagogista piacentino, partendo dalle intuizioni della Montessori amplia e arricchisce l’argomento del non intervento dell’adulto, ed in particolar modo per la gestione dei litigi. L’idea centrale del metodo di Novara “Litigare Bene” è quello di valorizzare i litigi tra bambini in funzione dell’apprendimento nella consapevolezza che litigare è un importante occasione per sviluppare competenze relazioni e sociali.

Ritorniamo all’importanza dell’osservazione che è l’unico strumento che ci permette di non intervenire, in quanto è solo attraverso l’attenta visione dell’insieme che possiamo valutare obiettivamente la situazione che stanno vivendo i bambini. Sapendo comunque che un’osservazione obiettiva al cento per cento è impossibile. Cerchiamo di fare sempre del nostro meglio!  

E voi?

Come reagite di fronte ad un litigio di vostro figlio con altri bambini?

 

Aspetto le vostre esperienze e riflessioni in merito!

A presto!

07/02/2022

Giorni che contano

I capricci non esistono

i capricci non esistono

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07/02/2022

Giorni che contano

I capricci non esistono

Ripartendo da una delle ultime frasi della rubrica precedente riferita al desiderio di scoperta per poter avventurarsi con coraggio ed entusiasmo in un luogo non conosciuto riferito al nuovo sguardo del quale è necessario impossessarsi per poter cogliere gli aspetti più significativi dell’evoluzione dei bambini, oggi vorrei proporvi una riflessione sui capricci, partendo da un presupposto unico e senza ombra di dubbio: I CAPRICCI NON ESISTONO.

M. Montessori ne era fermamente convinta e seguendo le sue intuizioni non si può non essere assolutamente d’accordo con lei.

Gli attacchi d’ira, le scenate degne di premi Oscar, le lacrime urlanti dei bambini, gli spintoni, i morsi, gli strilli, che noi adulti definiamo capricci sono invece, espressioni di comportamenti vitali, chiari e normali di bisogni insoddisfatti e incompresi.

Diamo senso concreto alle mie parole: non vi è mai capitato di perdere il controllo? Oppure di non sapere bene cosa volete e innervosirvi per un non nulla? Non vi è mai capitato di non avere le parole giuste per esprimere una sensazione, un’emozione o uno stato d’animo e mandare tutti a quel paese convinti che siano glia altri a non capirvi?

Come mai a noi adulti tutto questo è concesso mentre ai bambini no?

Se quando diciamo “bravo” a un bambino intendiamo dire “comodo” dovremmo interrogarci meglio sulla nostra relazione educativa…non credete?

Vi faccio un esempio pratico: come bambino posso avere una paura matta dell’acqua che mi cade sugli occhi, perché brucia terribilmente e non capisco cosa davvero stia succedendo. Se poi ci si mette anche lo shampoo è il peggio che potesse capitarmi. Essere accecati è una sensazione terribile. Così preferisco non lavarmi, grattarmi la testa perché è sporca e mia mamma sarà convinta che sono un bambino capriccioso.

Noi adulti sappiamo che di shampoo non si muore, né riportiamo danni permanenti con un bagnetto, ma i nostri piccoli non ne hanno idea, e il nostro nervosismo di fronte alle loro innocenti paure non fa altro che aumentarle. 

I comportamenti dei bambini diventano meno bizzarri se ci caliamo nei loro panni, nella loro pelle sensibile, nella loro percezione amplificata del dolore e nella loro limitata conoscenza del mondo. 

 

I capricci non esistono, esistono i bisogni. 

 

I bisogni del bambino di scegliere da sé il suo meglio e il bisogno del genitore di tutelarlo da azioni che potrebbero nuocere alla sua salute. I bisogni del bambino di autodeterminarsi e anche il bisogno del genitore di arrivare in orario, di non fare brutte figure in pubblico, di avere la serata libera…

Quando questi bisogni entrano in conflitto, gli adulti, in genere, risolvono la questione classificando il comportamento come “capriccio” e sentendosi dunque autorizzati ad estinguerlo con le buone o con le cattive. 

Accogliere i bisogni del bambino è il fondamento per considerarlo un individuo degno di rispetto e amabile, anche se diverso da noi sotto molti aspetti. 

Qui ci ricolleghiamo all’importanza di avere coraggio per cambiare prospettiva e sceglierne una che ci permetta di rinunciare alla parola capriccio così da aprirsi ad un incontro profondo con il bambino che abbiamo davanti, significa imparare a parlare la sua lingua, sintonizzarsi sulle sue frequenze e saper leggere i segnali. 

Le parole che usiamo per descrive una situazione la dicono lunga su come la vediamo. 

Iniziate semplicemente, quando vi sentite preda di comportamenti incomprensibili dei vostri bambini a cambiare la parola con la quale definite l’accaduto da capriccio a bisogno e accogliete la sensazione che vi arriverà nell’anima. 

 

Provate!

03/02/2022

Giorni che contano

La prova provata

la prova provata

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03/02/2022

Giorni che contano

La prova provata

Come è stato sostituire la parola capriccio con la parola bisogno?

Gli strambi e fastidiosi comportamenti dei vostri bambini sono diventati la prova provata di bisogni insoddisfatti che sta a noi adulti, come educatori e genitori, individuare ed accogliere oppure no?

Non bisogna prenderla troppo sul personale, mai! Vostro figlio non vuole ferirvi, urtarvi o portarvi all’esasperazione. Sta solo cercando di fare del suo meglio, anche se questo meglio non è sufficiente per voi. Sta esprimendo una sua necessità evolutiva, magari anche un disagio, come riesce.

È difficile…non credo!

Non esiste facile o difficile, ma esiste quello che sappiamo fare e quello che non sappiamo fare… e in questo ultimo caso è necessario imparare.

Imparare ad accogliere i bisogni dei bambini significa insegnare loro ad avere fiducia in noi. I bambini si sentono intimamente capiti e supportati nei loro tentativi di esplorare il mondo. Imparano che la loro voce conta, che non devono rinunciare a sé stessi per far contento qualcun altro, che la guida non passa per prepotenza, che le differenze sono un valore e che se anche si hanno esigenze diverse si può mediare con amore, rinunciando alla violenza.

La mente dei bambini è una mente assorbente che necessita di tempo, tempo ben preciso e scandito per l’acquisizione di determinate abilità. I bambini hanno il loro modo d’interpretare il mondo e hanno le loro ragioni, ma spesso proprio perché piccoli uomini e donne non sono ancora in grado di comunicarle in modo comprendibile e il loro punto di vista viene banalizzato e quindi non considerato.

Il loro sistema nervoso ancora immaturo gestisce il “pericolo” (ripensiamo al bagno e allo shampoo) in maniera grossolana, attivando risposte che noi adulti potremmo giudicare sopra le righe.

È semplicemente una questione di punti di vista e non dimentichiamo mai che il punto di vista è sempre e solo la visione di un unico punto!

Lavorare con i bambini mi ha permesso di crescere e mi ha insegnato ad abbracciare orizzonti sconosciuti fatti di ascolto, di attenzione e di silenzio. Mi sta insegnando a evitare il pericoloso pregiudizio di avere già le risposte giuste, di “credere di sapere”.

Vi siete mai arrabbiati perché qualcuno di metteva fretta?

Il ritmo naturale del vostro bambino è molto più lento del vostro.

Lui non ha il senso del tempo che hanno gli adulti: le cose da fare non gli sembrano così urgenti. Lui non sa fare progetti per il futuro come facciamo noi. Il vostro bambino vive la vita al presente.

Gli esempi concreti che ci permettono di calarci nella quotidianità di tutti i giorni ben si prestano per una maggiore comprensione.

Le azioni future dei nostri figli saranno determinate da ciò che gli abbiamo insegnato e perciò dall’esperienza e dall’esempio che gli sono stati dati.

I capricci non esistono, punto!

Esistono i bisogni!

Quali sono quelli fondamentali per il bambino?

A presto!

 

20/01/2022

Artigiani di Felicità

Di cosa parleremo in questa rubrica

di cosa parleremo in questa rubrica

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20/01/2022

Artigiani di Felicità

Di cosa parleremo in questa rubrica

“Come ogni attività che suscita stupore e meraviglia,

una vita felice è frutto d’impegno, coscienza,

ottimi maestri e progetti d’eccellenza”.            

(Luca Stanchieri)

 

Questa rubrica sarà uno spazio dove parlare di felicità e in cui vi accompagnerò nella scelta di vivere una vita felice! Insomma si può essere felici e io v’insegnerò a esserlo! Scettici?! Pazienza, non fa niente, imparare qualcosa di nuovo è sempre una sfida interessante!

Iniziamo sfatando un mito, quello della fortuna.

Vi racconto un fatto accadutomi durante una mia formazione: stavo parlando di alcune circostanze specifiche riguardanti il mio gruppo di lavoro e dissi “sono fortunata, vado d’accordo con le mie colleghe e il mio ambiente di lavoro è molto sereno “, a queste parole la mia formatrice, una donna fantastica di nome Lucia Merico, mi disse “la fortuna non esiste, analizza come ti poni tu nella vostra relazione “.

Queste parole sono state per me una campanella che ha risuonato e risuona sempre quando sento parlare di fortuna, perché sono state la conferma che il “caso” non è mai un “caso”. Tutto ha un suo senso, e lo sapevo, ma a volte serve qualcuno o qualcosa che ci riporti all’essenziale!!!

Abbiamo la tendenza a congratularci con la fortuna, quando le situazioni della vita ci vanno bene, e invece ci denigriamo, ci sentiamo in colpa, ci mettiamo, subito, in prima persona, sentendoci responsabili quando le questioni della vita non seguono la strada che avremmo voluto.

Che dite, non vi sembra “due pesi? due misure?”: se va bene è stata la fortuna, ma se vale è stata colpa mia? Qualcosa non torna! Colpa o fortuna dunque?

Conoscete il detto “io sono responsabile di quello che dico e non di quello che tu capisci”?  ebbene non sono d’accordo …se il mio obiettivo è quello di portare a conoscenza il mio pensiero, che può essere interessante o meno, io devo essere in grado di farmi capire se non voglio che i miei pensieri restino solo miei, e ho piena responsabilità quindi anche del modo, del come parlo di un determinato argomento, che termini uso per esempio.

Questo per dirvi che la responsabilità mia, or ora, non sta solo nel non fare errori ortografici e di sintassi, ma anche nel trovare le parole giuste che vi permettano di comprendere i concetti che vorrei vi toccassero la mente e il cuore, ed è chiaro che è mia anche la responsabilità di quello che capirete dalla lettura della mia rubrica.  La mia felicità, che deriva anche dal fatto che questo articolo arrivi nell’anima di qualcuno, dipende da me, e non dalla fortuna. Siete d’accordo?

Anche la felicità è una questione di responsabilità…siamo sempre responsabili delle scelte che facciamo, nel bello e nel brutto come nel bene e nel male, e sono ancora loro, le nostre decisioni che ci portano a percorrere una strada invece che un’altra.

Qual è l’elemento che ci permette di generare alternative felici per la nostra vita?

LA CONSAPEVOLEZZA

Il web è pieno di definizioni ampie, esaustive e anche ridondanti del termine.

La consapevolezza è “so bene dove sto andando, per quale motivo, ho gli strumenti che mi servono e le capacità per andare proprio in quella direzione”.

Vi faccio un esempio: io amo molto fare trekking in montagna, e sono ben consapevole che non posso salire il Gran Paradiso, da un giorno all’altro solo perché ho il desiderio di farlo oppure perché so che poi lassù starò meravigliosamente bene, o ancora perché so di avere nelle gambe e nel fiato la presunta potenza fisica che mi serve per l’ascensione e ho, anche, in testa la motivazione giusta. La mia consapevolezza, piena, dell’obiettivo da raggiungere, mi porta anche a considerare altri elementi come l’allenamento reale ed effettivo portato a compimento, la scelta dell’attrezzatura adeguata, la conoscenza precisa e puntuale del percorso, la fiducia nei compagni di cordata…e sono solo alcuni degli elementi da tenere in considerazione.

La consapevolezza è, anche, questo: il sentire, dentro, la padronanza della scelta da farsi dopo aver preso in considerazione tutti gli elementi in nostro possesso, per auspicarsi il successo desiderato in relazione ad un determinato obiettivo.

Consapevolezza, colpa, fortuna, felicità…cosa sono per te?

Quale significato dai ad ognuna di queste parole?

A presto!

“Se non ti piace dove stai cambia.

Non sei mica un albero.”

(Jim Rohn)

17/01/2022

Le domande degli occhi

Come comunicano i neonati

come comunicano i neonati

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17/01/2022

Le domande degli occhi

Come comunicano i neonati

Io lavoro con i bambini piccoli, e non parlano. O meglio non colloquiano con me, ma comunicano, eccome se lo fanno!

Mi lasciano entrare nel loro mondo espressivo attraverso il corpo, le mani, il pianto o il lamento, il sorriso o la risata, la postura attenta e vigile se interessati o distratta e sbadata se annoiati, mi lasciano entrare nei loro pensieri e mi rispondono con la dolcezza, la delicatezza e anche con le smorfie o le arrabbiature, con il movimento che mentre passano i giorni diventa sempre più finalizzato e preciso, ma soprattutto mi rivelano il loro universo con lo sguardo, con i loro occhi.

Io vorrei riuscire, in questa rubrica, a farvi capire l’importanza dell’osservazione e dell’attenzione che devono diventare due costanti quando siamo con i nostri figli.

Sempre dovremmo essere osservatori attenti di tutto quello che ci circonda.

Iniziamo allora, facendo un passo alla volta, ed è molto probabile, così facendo, che riusciremo davvero a mettere in atto un’originale strategia che ci permetta di guardare alla relazione educativa con una competenza osservativa nuova che ponga attenzione non solo al rapporto genitori/figli, ma anche al bambino e al suo ambiente, al bambino in relazione agli altri bambini e al bambino in rapporto alle sue dinamiche di apprendimento.

Come educatrice Montessori, questo tipo di osservazione è diventata parte fondamentale e indispensabile per il mio lavoro, è una bussola che orienta sempre il mio agire, in relazione alle decisioni che devo prendere in merito alla proposta di attività per i bambini, allo studio e alla progettazione dell’ambiente dedicato a loro. Maria Montessori sapeva che non era cosa facile: “E’ un’attitudine che bisogna sviluppare con l’esercizio. Per osservare bisogna essere “iniziati”.* Così scriveva rivolgendosi in modo specifico alla formazione dell’insegnante.

Bisogna essere “iniziati” …

 

Tre sono gli elementi fondamentali per imparare ad osservare correttamente:

  • non giudizio
  • silenzio
  • pazienza

 

Fate una prova, osservate per un quarto d’ora una situazione reale sperimentando i comportamenti che vi ho elencato e riportate su un quaderno quanto avvenuto…vi renderete conto immediatamente che non è cosa facile, ma d’immensa soddisfazione. Notare aspetti che non avevate mai visto vi arricchirà lo spirito!

Non giudicare …gli aggettivi bello o brutto già sono una sentenza … per esempio, ci avevate pensato?

Silenzio …non dire assolutamente nulla, né con le parole né con il corpo, quando tutto il nostro comportamento è comunicazione significa avere piena consapevolezza di sé stessi e di come ci poniamo nella situazione che vogliamo osservare.

La pazienza…aspettare senza fare niente per il nostro tempo rappresenta quasi una chimera, abituati come siamo al tutto e subito.

Mettetevi alla prova, iniziate ad allenarvi!

E un giorno dopo l’altro questa nuova abilità attentiva farà parte di voi, permettendovi ci cogliere sfumature di colori inaspettate.

A presto!

* M. Montessori, L’AUTOEDUCAZIONE, Garzanti, Milano 2014, pag. 116

 

 

 

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