Logo Santina BossiniLogo Santina Bossini
  • Home
  • Chi sono
  • Servizi
  • Blog
  • Rubriche
    • Giorni che contano
    • Le domande degli occhi
    • Artigiani di felicità
  • Eventi
  • Contatti

omnisearch_title

  • Home

Rubriche

Questo spazio dedicato alle mie rubriche vuole essere un "posto" di condivisione, non solo di confronto su riflessioni o filosofie, ma anche e soprattutto sulla comunanza di esperienze di vita, di quotidianità, di concretezza, partendo da un semplice e allo stesso tempo complesso concetto che impariamo facendo e solo facendo impariamo. Tutti!

27/12/2025

Le domande degli occhi

Quando sei triste: 3 cose che aiutano davvero (e 3 che peggiorano tutto)

quando sei triste 3 cose che aiutano davvero e 3 che peggiorano tutto

Continua la lettura

27/12/2025

Le domande degli occhi

Quando sei triste: 3 cose che aiutano davvero (e 3 che peggiorano tutto)

Quando sei triste: 3 cose che aiutano davvero (e 3 che peggiorano tutto)

Ci sono giorni in cui la tristezza entra in casa senza bussare.

Non sempre ha un motivo chiaro, non sempre si presenta con una scena drammatica. A volte è semplicemente una "nebbia" sulle cose: ti muovi, fai, rispondi… ma dentro senti che qualcosa è più lento, più pesante, più opaco.

E qui spesso scatta l’equivoco più comune: pensare che allenare la felicità significhi evitare la tristezza.

Io la vedo diversamente: non si può evitare la tristezza. 

Allenare la felicità significa imparare una competenza di vita: restare presenti quando arrivano emozioni che non abbiamo scelto, e trasformare quel momento in un’occasione di ascolto e di direzione.

La tristezza è “l’altra faccia della medaglia” non perché sia il contrario della felicità, ma perché è una delle emozioni che ci ricordano che siamo umani, vulnerabili, attraversati da bisogni spesso ignorati e da aspettative sociali che non ci appartengono. 

E se è vero che felici s’impara, è anche vero che si impara proprio lì: nel modo in cui stiamo dentro alle giornate storte, ed è complicato, e qualche volta anche tanto complicato. 

La tristezza: non una nemica, ma un segnale (senza romanticismo)

Nella prospettiva del coaching umanistico e spirituale, io non parto dall’idea che le emozioni siano “problemi” da risolvere in fretta: le considero un linguaggio. Un modo con cui la vita interna prova a farsi capire prima ancora che noi abbiamo le parole giuste.

E qui vale una distinzione che chiarisce molto: emozioni e sentimenti non sono la stessa cosa.

Le emozioni sono risposte rapide e spesso corporee (un’onda): arrivano, attivano il corpo, orientano l’attenzione. Sono più immediate che razionali.

I sentimenti sono l’emozione “letta” e rielaborata dalla mente nel tempo: diventano una trama più stabile, fatta di pensieri, significati, memoria, interpretazioni e valori. In pratica: l’emozione è il segnale; il sentimento è il modo in cui quel segnale viene abitato e raccontato.

Per esempio: la tristezza come emozione può essere un impulso breve (una stretta al petto, un groppo in gola, un calo di energia). Se però a quella tristezza si agganciano frasi interiori ripetute (“non ce la farò”, “sono sola”, “non valgo”), allora può trasformarsi in un sentimento più duraturo: scoraggiamento, malinconia, amarezza, sfiducia.

Questa distinzione è importante tenerla ben presente perché ci fa vedere dove possiamo lavorare: non sempre possiamo impedire l’emozione, ma possiamo intervenire su ciò che ci costruiamo sopra (il racconto, le conclusioni, le scelte).

E allora la tristezza, come emozione, spesso segnala:

una perdita (non solo lutti: anche perdite apparentemente minori, delusioni, aspettative cadute)

un distacco (da una persona, da un progetto, da un’immagine di sé)

un bisogno rimandato troppo a lungo

un carico emotivo che stiamo portando da soli

un confine che non abbiamo saputo proteggere

Non sempre la tristezza ha un significato nitido e immediato: a volte si tratta di stanchezza, di stress accumulato, di un “troppo” che il corpo registra prima della mente.

Ma una cosa sì: la tristezza, quasi sempre, ci chiede rallentamento e ascolto.

Ed è qui che entra in gioco anche un principio Montessori (che vale benissimo per gli adulti): quando l’ambiente è sovraccarico, confuso, troppo pieno di stimoli e richieste, l’organismo tende a chiudersi. Per ritrovare equilibrio spesso non serve “spingere di più”, ma preparare un ambiente (interno ed esterno) che sostenga.

E qui mi torna in mente una frase attribuita ad Antoine de Saint‑Exupéry: “La perfezione si raggiunge non quando non c’è più niente da aggiungere, ma quando non vi è più niente da togliere.”

Impariamo ad alleggerire, alleggerire il nostro ambiente interno e anche quello esterno. 

Un confine necessario: quando non basta “gestirla da soli”

Diciamolo senza giri: a volte la tristezza è un’onda che chiede ascolto. Altre volte è un segnale che chiede un aiuto più strutturato.

Il criterio che, più di tutti, fa chiarezza è il tempo. Ma non solo in senso numerico.

Una tristezza “normale” (per quanto scomoda) tende ad avere un andamento ondoso: arriva, sale, ti attraversa e poi lascia spazio a aperture. Non significa “stare bene”, significa che ogni tanto torna respiro: ti capita di concentrarti, di appoggiarti a qualcosa di semplice, di sentire che non sei solo quel nodo.

Quando invece la tristezza diventa un clima costante, il tempo cambia qualità: non è più qualcosa che va e viene, è una presenza che occupa le giornate e restringe lo spazio interno. Qui la domanda non è solo “da quanto dura”, ma come sta durando:

Ci sono (o no) finestre di sollievo?

Resta legata a momenti specifici o si allarga a tutto?

Ti lascia ancora la possibilità di fare un gesto di cura o spegne quasi ogni iniziativa?

Nel viaggio di conoscenza della tristezza questo passaggio è centrale: non giudichiamo l’emozione, ma osserviamo i suoi indicatori (intensità, frequenza, durata, impatto). È un’osservazione molto “Montessori per adulti”: guardare la realtà così com’è, senza etichette e senza drammatizzare, per capire quale percorso serve davvero.

E anche qui la CNV aiuta: invece di dirci “non dovrei stare così”, possiamo chiederci con onestà: che cosa sta succedendo nel mio quotidiano, da quanto, e quanto mi sta limitando?

Se la tristezza:

dura molte settimane senza aperture,

ti spegne quasi del tutto il piacere (anche delle cose che amavi),

ti blocca nel quotidiano delle tue giornate (cura di te, lavoro, relazioni),

si accompagna a autosvalutazione pesante,

o a pensieri di farti del male,

la scelta più matura è parlarne con un professionista della salute mentale (psicologo/psicoterapeuta/medico).

Qui è utile chiarire, con delicatezza ma con precisione, la differenza tra psicologia/psicoterapia e coaching.

La psicologia clinica (e la psicoterapia) si occupa di valutare e trattare la sofferenza psicologica quando diventa un disturbo, un blocco significativo o un rischio per la salute. Può fare una valutazione, lavorare su sintomi e cause, usare strumenti e metodi terapeutici, e — quando serve — integrarsi con il medico.

Il coaching non fa diagnosi e non tratta patologie: è un percorso di allenamento e sviluppo orientato a obiettivi, risorse, consapevolezza e azione. Lavora sul presente e sul futuro, sul modo in cui ti muovi nella vita, sulle scelte, sui punti di forza e sulle strategie per attraversare i momenti difficili senza perderti.

In pratica: quando la tristezza è intensa, persistente e ti spegne, la cornice clinica è spesso la più adeguata. Il coaching può comunque essere un sostegno prezioso in parallelo (o in una fase successiva), per ricostruire direzione, abitudini di cura, fiducia e passi concreti.

Questa non è “allarmismo”: è cura della realtà.

La tristezza ha sempre un motivo (anche quando non lo vedi)

Sì: anche quando ti sembra “senza motivo”, la tristezza un motivo ce l’ha. Solo che non sempre è immediato, non sempre è razionale, e spesso non è un evento unico e chiaro.

A volte il motivo è una perdita che hai minimizzato. A volte è un bisogno rimandato. A volte è un sovraccarico che hai normalizzato. A volte è un confine che non stai proteggendo. A volte è un tempo di vita che chiede di cambiare ritmo.

Quindi non è che la tristezza arrivi dal nulla: arriva quando qualcosa dentro di te sta dicendo “così non ce la faccio più come prima”.

E poi c’è una cosa ancora più vera: quando vivi una relazione di cura (e questo, spesso, significa essere mamma), la tristezza raramente si presenta come una cosa “tua e basta”.

Arriva mentre stai facendo altro. Arriva mentre qualcuno ti chiama. Arriva mentre devi comunque essere presente, e magari anche gentile.

E allora succede questo: ti dici che non puoi permettertela, la metti da parte, stringi i denti… e poi, a fine giornata, ti ritrovi più vuota.

Qui non ti propongo un elenco infinito. Ti propongo tre scelte che, quando sei triste, fanno davvero la differenza. Scelte concrete, realistiche, ripetibili. Scelte da vita quotidiana e concreta.

3 cose che aiutano davvero quando sei triste

1) Radicamento: tornare al corpo per sentirti sostenuta

Quando sei triste, la mente vuole spiegazioni. Il corpo, invece, chiede una cosa più semplice: sostegno.

E il sostegno comincia da qui: tornare al presente. Non serve il bosco. Non serve “fare bene”. Basta un minuto ovunque tu sia.

Radicamento rapido (60–90 secondi, ovunque):

Piedi: senti i piedi. Premi leggermente a terra.

Contatto: nota tre appoggi (piedi, schiena, mani…).

Sguardo: trova 5 cose che vedi e nominale mentalmente.

Respiro: espira un po’ più lungo per 5 volte.

Frase di presenza: “Sento la mia tristezza e la accolgo.”

Questo non “risolve” la tristezza. Ma spesso fa una cosa fondamentale: la rende sostenibile.

Ti suggerisco un nuovo approccio, ispirato anche al LoveHealing (la pratica di guarigione interiore che ho studiato con Lucia Merico nel percorso di formazione come Spiritual Coach®): affidare con amore ciò che stai vivendo — non come rinuncia, ma come atto di fiducia consapevole nella guarigione e speranza nel futuro. 

In concreto: porti la situazione nel cuore, formuli un intento chiaro (cosa desideri guarire o comprendere), dai una direzione (il passo che scegli di fare), e poi la affidi all’Universo con la certezza interiore di ricevere guida e sostegno nel processo.

E mentre affidi, resti con i piedi per terra: respiri, ti radichi, e fai il tuo passo possibile — perché spiritualità e responsabilità, qui, camminano insieme.

2) Preparare l’ambiente: Montessori per adulti (e sopratutto per le mamme)

Quando sei triste, spesso non hai bisogno di “motivarti”. Hai bisogno di ridurre il troppo.

È un principio Montessori che vale anche per noi grandi: quando l’ambiente è sovraccarico, il sistema si chiude. E allora la cura può essere sorprendentemente concreta.

Scegli una sola azione essenziale che rimetta ordine e ossigeno:

aprire la finestra e cambiare aria

bere un bicchiere d’acqua e sederti 30 secondi

doccia tiepida (anche veloce)

riordinare un angolo (uno)

Non è “positività”. È igiene emotiva. È dire al tuo corpo: qui c’è spazio per me, anche oggi.

3) Dire cosa ti serve (senza sentirti egoista): CNV in versione mamma

Molte mamme soffrono in silenzio perché pensano che chiedere sia un peso. E così diventano brave a resistere… ma non a farsi sentire e sostenere.

La CNV, nella sua essenza, è questo: trasformare un nodo in una richiesta pulita.

Formula breve:

“In questo momento mi sento… (triste / fragile / stanca).”

“Ho bisogno di… (silenzio / vicinanza / 10 minuti da sola / un abbraccio).”

“Puoi… (occuparti tu di… / ascoltarmi senza consigli / prenderti i bimbi 15 minuti)?”

E se ti sembra “troppo”, parti da una frase sola:

“Oggi sono giù. Ho bisogno di sostegno.”

Non stai chiedendo la luna. Stai facendo la cosa più adulta che esista: prenderti sul serio.

3 cose che peggiorano tutto (e che fanno male soprattutto alle mamme)

1) Il giudizio: “non dovrei sentirmi così”

È la frase che raddoppia il dolore. Perché alla tristezza aggiunge la colpa.

Se oggi puoi fare una sola cosa: smetti di trattarti come un problema.

Oppure se contini a farlo, chiediti con coraggio "A quale scopo mi tratto come se fossi problema?"

2) La modalità “sorriso di servizio” (e isolamento emotivo)

Non parlo dello stare sole ogni tanto (che a volte salva). Parlo di quel silenzio in cui continui a fare tutto, ma dentro ti chiudi.

La tristezza, quando non trova parole, spesso trova vie più dure: irritazione, durezza, stanchezza che esplode.

Anche qui serve l’essenziale: una persona affidabile, una frase vera, un contatto buono.

Piangi, santo cielo, PIANGI. Che lavi via tutto. 

3) Anestetizzarti e rimuginare

Scroll infinito, cibo, lavoro compulsivo, serie in automatico… Non demonizzo: a volte è un tampone. Ma se diventa l’unico modo, la tristezza resta sotto e torna più pesante.

E il rimuginio è il fratello elegante dell’anestesia: sembra pensiero, ma spesso è solo una ruota che gira.

Un criterio semplice: se dopo 10 minuti di pensieri non nasce una azione di cura, non è riflessione. È loop.

Incazzati di brutto se serve, non fare finta di niente. Quando sei triste un motivo c'è sempre. 

Se oggi ti porti via una cosa sola

La tristezza non è il contrario della felicità. È un passaggio umano.

Allenare la felicità, nella vita reale, significa questo: imparare a non perderti quando arriva, e scegliere un gesto semplice che ti riporti a te.

Seconda parte (che scriverò più avanti)

In un prossimo articolo entrerò nella tristezza dentro la vita di famiglia: cosa succede quando la tristezza è della mamma, del papà, della coppia… e come questo diventa educazione alla felicità familiare nella relazione educativa quotidiana.

Perché i bambini non imparano da genitori perfetti. Imparano da adulti che sanno fermarsi, respirare, chiedere aiuto, e riparare.

Con stima e affetto

Santina, allenatrice di felicità. 

 

20/12/2025

Artigiani di felicità

Allenare la felicità: trovare il proprio modo

allenare la felicita trovare il proprio modo

Continua la lettura

20/12/2025

Artigiani di felicità

Allenare la felicità: trovare il proprio modo

Allenare la felicità: trovare il proprio modo

Introduzione

Il Natale e il nuovo anno arrivano sempre con una promessa implicita: “Da gennaio cambierà tutto”. Cambieremo noi. Le abitudini. L’energia. La direzione.

Eppure, paradossalmente, proprio il periodo che dovrebbe accompagnarci verso il riposo e il rallentamento diventa spesso una fonte di ulteriore stanchezza. Le vacanze si riempiono di impegni, aspettative, pranzi da organizzare, relazioni da gestire, valigie da preparare, agende da incastrare. Si corre anche quando si dovrebbe sostare.

Arriviamo a gennaio non più riposati, ma semplicemente scarichi. E da quella stanchezza chiediamo a noi stessi di cambiare tutto: di essere più puntuali, più magri, più performanti; di andare finalmente in palestra, di imparare a parlare inglese, di diventare la versione “migliore” di noi stessi nel minor tempo possibile.

Dove comincia l’autoinganno

È qui che nasce la frattura: non solo pretendiamo trasformazioni profonde da un corpo e da una mente che non hanno avuto il tempo di fermarsi davvero, ma iniziamo anche a raccontarci la classica storia dell’orso. Ci fissiamo obiettivi altisonanti, vaghi, quasi fantastici, frutto più di aspettative irrealistiche che di un reale ascolto di noi stessi. Obiettivi così lontani e illusori da permetterci, inconsciamente, di non metterli mai davvero a terra, accumulando poi tutte le scuse possibili per giustificare il fatto di non aver fatto ciò che ci eravamo detti.

Ed è proprio lì che, puntuale come le lucine sull’albero, compare la lista dei buoni propositi: fare di più, fare meglio, sistemare ciò che “non va”. Succede spesso nei momenti di stanchezza, magari la sera, sul divano, con la sensazione di dover recuperare terreno. Si scrive una lista veloce, mentale o su un foglio, senza partire da come stiamo davvero, ma da come pensiamo di dover essere. Più che uno strumento di orientamento, quella lista diventa così una risposta automatica al clima del periodo, lontana dall’ascolto autentico di sé e dalla realtà concreta della propria vita.

Poi le vacanze finiscono, rientriamo al lavoro, passa qualche settimana – a volte bastano pochi giorni – e quella spinta iniziale si affloscia. Subentrano confusione, indecisione, una “non voglia” che non è pigrizia ma disorientamento.

E spesso ci facciamo pure del male da soli: ci sentiamo sbagliati, incoerenti, incapaci di portare avanti ciò che abbiamo deciso. Arriva il senso di colpa e quella voce interiore che sussurra “è colpa mia”. È colpa mia se non sono abbastanza puntuale. È colpa mia se non riesco a fare quello che mi ero promessa. È il copione classico di quando mancano strumenti, metodo e accompagnamento, e l’unica spiegazione che ci diamo è che il problema siamo noi.

E qui voglio essere chiara: non è (quasi) mai un problema di volontà. È che stiamo provando a cambiare senza una struttura che ci accompagni, e allora l’automatismo vince facile. Per questo esiste il metodo Felici s’impara: per rendere il cambiamento concreto, sostenibile e finalmente nostro. Non per controllarci di più, ma per capirci meglio. Non per sacrificarci, ma per trovare un equilibrio vero tra corpo, mente e cuore.

In questo articolo ti porto dentro tre passaggi semplici ma profondi: fermarti davvero e osservarti senza giudizio, dare un nome alle paure cercando il senso, e ripartire dai tuoi punti di forza per costruire il tuo modo di cambiare. Perché i buoni propositi, da soli, non bastano. La felicità si allena.

I buoni propositi, da soli e senza un metodo, non funzionano

Perché senza un metodo non si va da nessuna parte

I buoni propositi, presi da soli, sono intenzioni. E le intenzioni, se pur molto potenti, a volte; se non sono sostenute da un metodo, restano fragili e non permettono un vero e proprio cambiamento. 

Senza un metodo accadono sempre le stesse cose:

  • si parte sull’onda dell’entusiasmo senza pianificare nulla
  • si salta l’osservazione di sé
  • si confonde l'esagerare con il cambiare
  • si interpreta la fatica come fallimento personale

Un metodo, invece, non serve a controllarsi di più, ma a capirsi meglio. Serve a leggere i segnali di stanchezza, di resistenza, di confusione non come nemici, ma come informazioni preziose. Certo che nel cambiamento ci stanno la fatica, la determinazione, la volontà: fanno parte del cammino. Quello che non funziona – e non funzionerà mai – è l’idea di sacrificio intesa come rinuncia alla felicità, come “stringere i denti oggi” sperando di stare bene domani. La felicità non è qualcosa da mettere in pausa per diventare persone migliori: ha a che fare con il piacere di ciò che facciamo, con ciò che nutre, sostiene e dà gusto alla vita mentre camminiamo, non alla fine del percorso.

Felici s’impara è un metodo educativo e di coaching che integra osservazione, ricerca di senso e allenamento dei punti di forza. Non promette cambiamenti rapidi, dall'oggi al domani, che a volte avvengono davvero, ma cambiamenti possibili, sostenibili e veri.

Solo quando esiste una struttura che accompagna, il cambiamento smette di essere un peso e diventa un cammino.

Fermarsi davvero: l’osservazione silenziosa (ispirazione Montessori)

Quando arriva l’apatia, quel senso di “non ho voglia di” che spesso dimettiamo in fretta come pigrizia o mancanza di carattere, il riflesso automatico è uno solo: spingerci.
“Dai, muoviti.”
“Devi solo iniziare.”
“È questione di disciplina.”

Ma l’apatia, molto spesso, non è assenza di volontà. È un segnale di sovraccarico. È il modo che il corpo e la mente hanno per dire: così no. Non è che non abbiamo voglia di fare nulla; è che non abbiamo più energia per fare cose che non sentiamo allineate, sensate, abitabili. L’apatia arriva quando abbiamo dato troppo, ascoltato poco e continuato a chiedere prestazioni anche nei momenti in cui sarebbe stato necessario fermarsi e ricalibrare.

Ma se quella stanchezza non fosse pigrizia? Se fosse invece un segnale chiaro che stai correndo verso qualcosa che non ti appartiene?

Maria Montessori ci ha insegnato una cosa fondamentale: l’osservazione non è passività, è presenza profonda. Osservare significa sospendere il giudizio e ascoltare davvero.

Sospendere il giudizio non significa non avere opinioni o punti di vista. Significa non trasformare subito ciò che osserviamo in una sentenza su di noi o sugli altri. Il giudizio chiude, etichetta, blocca: “sono fatta così”, “non ce la farò mai”, “sbaglio sempre”. Dare un’opinione, invece, è un atto diverso, più morbido e più onesto: descrive ciò che vedo in questo momento, senza decidere chi sono o chi sarò. Nell’osservazione autentica non mi condanno e non mi assolvo: mi ascolto. Ed è solo da questo ascolto, non dal giudizio, che può nascere un cambiamento reale.

Un esercizio semplice, reale

Durante le feste – a tavola, in un momento di calma – prova a:

accogliere i tuoi pensieri così come arrivano

osservare la tua indecisione senza etichettarla

restare qualche istante con ciò che senti, senza dover subito risolvere

Domande guida:

Cosa sento quando penso a gennaio?

Quali impegni mi tolgono energia ancora prima di iniziare?

Dove sento resistenza nel corpo?

Dare un nome alle paure e cercare il senso

Dietro l’indecisione, quasi sempre, c’è una paura. A volte ben nascosta: paura di fallire, di non essere costanti, di riuscirci davvero. Paure che raramente riconosciamo come tali, perché spesso si presentano sotto forma di blocco, di rimando, di confusione. Nel lavoro di coaching questo è un passaggio chiave: imparare a stare con la paura senza combatterla.

Con le tecniche di * Lovehealing* non si lavora contro la paura, ma con la paura. La si accoglie, la si ascolta, la si attraversa con gentilezza. Perché ogni paura custodisce un bisogno non visto, una parte di noi che chiede attenzione e cura, non giudizio.

Qui entra in gioco anche il lavoro sulla nostra ombra. L’ombra non è ciò che è sbagliato in noi, ma ciò che abbiamo imparato a nascondere perché non era accettato, riconosciuto o valorizzato. Quando un obiettivo tocca una parte d’ombra – per esempio il timore di non essere abbastanza, di esporsi, di cambiare davvero – l’energia si blocca. Non per debolezza, ma per protezione.

Leggere l’ombra significa portare luce dove prima c’era silenzio. Significa smettere di chiedersi solo “cosa devo fare?” e iniziare a domandarsi “quale parte di me ha paura, e di cosa ha bisogno ora?”. È da questo incontro, non dalla forzatura, che può nascere un cambiamento che abbia senso e radici profonde.

La domanda da porsi non è: “Cosa devo fare?” ma “A quale scopo lo voglio fare?”

Se un obiettivo nasce per sentirsi all’altezza, per non deludere, per rispondere a uno standard esterno o a un’immagine ideale di come dovremmo essere, l’energia dura poco. All’inizio può esserci entusiasmo, persino motivazione, ma è un’energia che si brucia il fretta come i colpi di fulmine, fragile, che si consuma veloce perché non è radicata nella persona, non ci sono fondamenta di valore, ma sono radicate solo nel giudizio – reale o immaginato – degli altri.

Quando invece un obiettivo nasce dal senso e dal significato concreto e quotidiano del nostro vivere, tutto cambia. Nasce da una domanda più profonda: perché questo è importante per me? Che valore ha nella mia vita? Che tipo di persona mi permette di diventare, senza tradirmi? Un obiettivo che nasce dal senso non ha bisogno di essere spinto ogni giorno con la forza: trova nutrimento nella coerenza, nel significato, nel piacere di sentire che ciò che faccio mi assomiglia, mi dà gioia e gratificazione. Ed è proprio da qui che il cambiamento smette di essere una lotta e diventa un cammino possibile.

Un esempio natalizio

Pensa ai regali: li facciamo per abitudine, per dovere, per non scontentare qualcuno, oppure per un desiderio autentico di creare connessione? Esteriormente l’azione è la stessa: compriamo, incartiamo, consegniamo. Ma interiormente cambia tutto. Quando il gesto nasce dall’obbligo, pesa, stanca, spesso irrita. Quando invece nasce dal desiderio di far sentire l’altro visto, riconosciuto, amato, quello stesso gesto diventa nutriente, persino rigenerante.

Succede esattamente la stessa cosa con i nostri obiettivi. Possiamo “fare la cosa giusta” per dovere, per paura di sbagliare o di deludere, oppure possiamo farla perché è allineata a ciò che conta davvero per noi. Il comportamento può sembrare identico dall’esterno, ma l’energia con cui lo viviamo cambia radicalmente. Ed è proprio questa differenza di senso che determina se un impegno diventerà un peso da abbandonare o un cammino che riusciamo a sostenere nel tempo.

La tanto citata legge dell’attrazione può essere letta anche così: non otteniamo ciò che desideriamo, ma ciò che siamo pronti a incarnare. A livello profondo, ciò che coltiviamo dentro di noi prende forma anche fuori. Se il nostro “dentro” è povero di vitalità autentica e sostenuto solo da una finta esuberanza o da buone intenzioni non radicate, il “fuori” non potrà che rimandarci la stessa qualità. Il cambiamento reale inizia quando smettiamo di voler attrarre qualcosa e iniziamo a prenderci cura di ciò che abita dentro di noi. 

Ripartire dai punti di forza

La maggior parte dei buoni propositi nasce da una mancanza percepita. Partiamo da ciò che crediamo di non avere, di non essere, di dover correggere. Ma è proprio questo sguardo che genera malessere. L’autorealizzazione e l’autogoverno personale non nascono dal tentativo continuo di aggiustarsi, ma dal riconoscimento consapevole di ciò che già vive in noi come potenzialità. Conoscere i propri punti di forza significa sapere da dove partire, come orientarsi, come governare le proprie energie senza disperderle. È nel disconoscimento dei nostri punti di forza che spesso nasce il malessere: quando cerchiamo di essere ciò che non siamo, o di crescere secondo modelli che non ci appartengono. Non ricordo chi lo scrisse, ma ricordo bene le parole e il senso: se siamo un pino non diventeremo mai una quercia, ma possiamo diventare il più bel pino del bosco. E questo vale anche per noi che piante non siamo: non si tratta di cambiare natura, ma di fiorire pienamente nella propria.

Ecco cosa significa, per parti alcuni esempi, nella pratica, ripartire dai punti di forza:

se voglio mantenermi in forma ma so che la palestra non fa per me, perché gli spazi chiusi mi spengono e non mi piacciono, smetto di forzarmi. E scelgo quello che mi viene naturale: camminare di buon passo ogni giorno, all’aria aperta, magari nel bosco. In questo caso il mio punto di forza non è la palestra, e nemmeno il culto del corpo. Il punto di forza è trovare un equilibrio tra corpo, mente e cuore. È questo valore che mi sostiene e mi motiva a prendermi cura di me ogni giorno, rendendo possibile e naturale l’impegno della camminata quotidiana nella natura.

se desidero essere più calma e paziente, ma mi accorgo che impormi tecniche rigide o momenti di meditazione “perfetti” mi crea solo altra pressione, posso partire da ciò che già mi aiuta davvero. Per esempio: mettere ordine, fare una cosa alla volta, ritagliarmi dieci minuti di silenzio mentre sistemo casa. Qui il mio punto di forza non è la disciplina impeccabile, ma la capacità di ritrovare serenità attraverso gesti semplici e concreti.

se desidero sentirmi più realizzata nel lavoro, ma obiettivi rigidi e scadenze serrate mi mettono ansia, non devo per forza adattarmi a quel modello. Posso cercare il mio modo di lavorare: seguire una cosa alla volta, curare bene le relazioni, portare avanti i progetti con attenzione e presenza. In questo caso il mio punto di forza non è correre di più, ma trovare un modo di lavorare che mi assomigli e che mi permetta di stare bene mentre faccio ciò che faccio.

Questo cambio di sguardo alleggerisce subito il cammino, perché non parte dalla correzione di sé, ma dal riconoscimento delle proprie risorse.

Felici s’impara ribalta la prospettiva: parte dai punti di forza. Quando una persona utilizza ciò che già funziona in lei, l’azione diventa sostenibile.

Trovare il proprio modo

Se c’è un filo che tiene insieme tutto ciò che abbiamo attraversato, è questo: non serve diventare qualcun altro per stare meglio. Serve trovare il proprio modo.

I buoni propositi falliscono non perché siamo incapaci o poco determinati, ma perché spesso nascono da aspettative esterne, da modelli che non ci somigliano, da un’idea di cambiamento fatta di sacrificio e prestazione. Quando invece impariamo a fermarci, ad ascoltarci, a dare un nome alle paure e a ripartire dai nostri punti di forza, il cambiamento smette di essere una lotta.

Con Felici s’impara non si tratta di fare di più, ma di fare in modo più vero. Di scegliere strade abitabili, che tengano insieme corpo, mente e cuore. Di allenare la felicità non come meta lontana, ma come criterio quotidiano delle nostre scelte.

Un nuovo anno, allora, non è l’occasione per rifarsi da capo, ma per tornare a sé. Per smettere di rincorrere ideali irraggiungibili e iniziare a camminare – ciascuno a modo suo – nella direzione che gli assomiglia davvero.

25/11/2025

Artigiani di felicità

Augurandovi un Magico Natale 2025

augurandovi un magico natale 2025

Continua la lettura

25/11/2025

Artigiani di felicità

Augurandovi un Magico Natale 2025

Un allenamento quotidiano per la Tua Vita felice e in salute: il collegamento indissolubile tra Salute, Felicità e il cambiamento.

A cura di Santina Bossini, Allenatrice di Felicità, ed Elena Cherubini, Coach Riflessologa ed Esperta di Medicina Cinese.

Siamo liete di presentarvi il nostro progetto: il Calendario dell’Avvento dell’Autenticità, un percorso unico che fonde la pragmaticità del Coaching Umanistico con la saggezza olistica della Medicina Tradizionale Cinese (MTC).

La felicità non è una meta lontana o una benedizione casuale; è una vera e propria abilità che si può imparare e allenare. Proprio come un muscolo, se non allenata, si atrofizza, ma con la pratica costante, cambia la nostra "postura della vita".

Il Vostro Benessere: Un’Unica Manifestazione di Energia (Qi)

Per troppo tempo abbiamo diviso il corpo dalla mente e dalle emozioni. La Medicina Tradizionale Cinese ci insegna, invece, che mente, corpo ed emozioni sono un'unica manifestazione del Qi (energia vitale). Non c'è distinzione tra psiche e soma: entrambi sono espressione della medesima realtà.

In questa visione olistica, la salute (e quindi la vera felicità) è sinonimo di Equilibrio. Quando il Qi fluisce liberamente, siamo in armonia (omeostasi); quando quest'energia si blocca, o è in disequilibrio, compaiono malesseri e malattie.

Un Esempio Quotidiano di Blocco Energetico: Pensate a quando siete sopraffatte dall’ossessività o dalla preoccupazione. Questo stato fa male all'energia della Milza-Pancreas (Elemento Terra). I sintomi non sono solo mentali; possono manifestarsi con stanchezza, senso di pesantezza, pancia gonfia, o la testa "annebbiata". Il nostro calendario unisce questi due mondi, mostrando come un'azione mirata (fisica o mentale) influenzi l'intero sistema.

L’Allenamento al Cambiamento: La Volontà che Diventa Azione

Il cambiamento non avviene solo "volendo". La volontà è un inizio, ma senza un allenamento concreto e quotidiano si esaurisce. Per noi, il coaching è l'Allenamento della Felicità e delle potenzialità.

Il nucleo del nostro approccio è il concetto di Darsi Da Fare (DDF) intenzionale. Non si tratta di sforzo frenetico, ma di piccole scelte quotidiane, coerenti e consapevoli. È la disciplina come forma di libertà, che nasce dal desiderio profondo di scegliere ciò che ci fa bene e ci rende autentiche.

Il desiderio di cambiare parte dalla Volontà, la radice della vita. In MTC, questa spinta esistenziale risiede nell'Elemento Acqua (Reni). Se non decidiamo dove vogliamo andare, la nostra energia potenziale resta inutilizzata. Allenarsi alla felicità significa attivare proprio questa spinta interiore, trasformando il sogno in un percorso fatto di piccoli passi.

Il Calendario: 24 Giorni di Micro-Azioni Consapevoli

Il "Calendario dell'Avvento della Salute e della Felicità" è concepito come una vera e propria palestra di crescita personale. Per 24 giorni, vi offriamo uno strumento per l'allenamento quotidiano.

Ogni giorno è dedicato all'attivazione di una specifica Potenzialità del Carattere (come la Gratitudine, il Coraggio o la Perseveranza), correlata a un Organo MTC e alla sua funzione energetica. Riceverete tre elementi di pratica:

L’Ispirazione (Potenzialità): Il punto di forza da allenare quel giorno (es. Perseveranza).

L'Allenamento (Pratica DDF): Un compito specifico.

Il Corpo (MTC): Un'azione fisica collegata all'Organo.

Esempi Concreti di Allenamento Corpo-Mente:

Allenare la Gratitudine (Elemento Metallo/Polmoni):

La Gratitudine non è solo un sentimento, ma una potenzialità che modifica la chimica del nostro corpo, producendo oppioidi e ossitocina (il neuropeptide della fiducia e della connessione).

Il DDF intenzionale è scrivere almeno tre cose per cui si è grati. Questo allenamento costante induce modifiche neurologiche stabili nel cervello, ampliando il senso di benessere.

Allenare il Coraggio (Elemento Legno/Cistifellea):

Il coraggio è necessario per agire nonostante la paura. La Cistifellea in MTC è correlata alla capacità di prendere decisioni e bilanciare l'indecisione.

Il DDF legato al Corpo può essere l'esecuzione di allungamenti laterali utili per sbloccare il meridiano e rilassare le spalle, spesso irrigidite dalla rabbia o dalla frustrazione.

Attraverso i Cinque Movimenti della MTC (Acqua, Legno, Fuoco, Terra, Metallo), il calendario vi guida ciclicamente per assicurare che corpo, mente e spirito lavorino insieme, passo dopo passo, verso il vostro massimo potenziale.

Vi invitiamo a non limitarvi alla teoria, ma ad agire concretamente. Questo allenamento consapevole è il primo atto di cura verso sé stessi, l'occasione per risvegliare la vostra parte autentica che aspetta solo di essere vissuta.

Non devi inventarti. Devi solo ricordarti chi sei.. Inizia oggi il tuo Darsi Da Fare per la tua salute e felicità.

Con stima e gratitudine, Santina Bossini e Elena Cherubini.

 

29/09/2025

Giorni che contano

Autonomia che libera, non che stressa

autonomia che libera non che stressa

Continua la lettura

29/09/2025

Giorni che contano

Autonomia che libera, non che stressa

Autonomia che libera, non che stressa

Introduzione 

A te che stai leggendo e che ci provi ogni giorno: ti vedo. Vedo la fatica buona di chi vuole educare con rispetto, senza urla, senza punizioni inutili, coltivando una casa che profumi di fiducia. Se credi — come me — nell’educazione alla felicità, sai già che non esistono scorciatoie: esiste il lavoro quotidiano, fatto di tentativi, aggiustamenti, consapevolezza. A volte funziona, altre no. È normale.

Qui trovi strumenti concreti: routine, frasi guida, ambienti a misura. Ma la differenza la farà una sola cosa: DDF – Darsi Da Fare. Il resto sono alibi eleganti. DDF significa mettere in pratica: osservare senza giudizio, preparare l’ambiente, scegliere una sola cosa e rifarla finché diventa abitudine. Significa anche preparare te, come adulto: respiro, ritmo, tono — perché l’ambiente più potente sei tu.

Nel mio coaching umanistico, l’allenamento dei punti di forza è un pilastro: riconoscerli nel bambino (persistenza, cura, attenzione) e in te (costanza, presenza, integrità) cambia il clima della casa più di mille spiegazioni. Alleni ciò che vuoi vedere crescere. Questo articolo è un invito ad allenare ogni giorno un gesto, una parola, una scelta.

Poco, bene, adesso. Felici s’impara così.

Sommario

Cosa intende davvero Maria Montessori

Mito da sfatare: autonomia ≠ “fa tutto da solo”

I tre pilastri dell’autonomia (e perché funzionano)

Le 3 routine-ponte che costruiscono autonomia (senza ansia)

Errori comuni (da adulti affettuosi ma stressati)

Il ruolo dell’ambiente: il vero maestro

Come si parla all’autonomia (linguaggio adulto)

Metodo in azione: il “controllo dell’errore”

Allenamento di 7 giorni – “Aiutami… a fare da me”

Checklist pratica (salvala sul frigo)

Quando l’autonomia “stressa”: segnali da ascoltare

Osservazione: il taccuino dell’adulto

Mini-FAQ (secondo Montessori)

Una domanda potente per il genitore

Cosa intende davvero Maria Montessori

Autonomia come processo interiore: Per Montessori l’autonomia non è “saper fare da soli” in senso tecnico, ma diventare capaci di iniziativa, autocorrezione e scelta responsabile. È un processo che nasce dalla mente assorbente (0–6 anni), cioè dalla straordinaria capacità del bambino di interiorizzare l’ambiente. Quando l’adulto prepara contesti chiari e offre presentazioni lente dei gesti, il bambino organizza ciò che vede dentro di sé, sviluppando fiducia e competenza. L’autonomia, quindi, è un effetto naturale di un ambiente giusto e di un adulto che osserva, più che l’obiettivo diretto di “far fare”.

Mito da sfatare: autonomia ≠ “fa tutto da solo”

Responsabilità progressiva: Montessori parla di libertà entro confini: il bambino è libero di agire lì dove l’ambiente lo rende possibile e sicuro. L’adulto non delega, accompagna. La responsabilità cresce a piccoli scatti, secondo tappe maturative e periodi sensitivi (ordine, movimento, linguaggio, socialità…). Anticipare o spingere è controproducente: genera stress e resistenze. Il criterio è: mostro – affido un pezzetto – resto vicino – mi ritiro.

Autonomia non è “arrangiati”, ma “aiutami a fare da me”.

L’errore non è colpa: è informazione per il passo successivo.

Approfondiamo il concetto di Libertà entro confini e responsabilità progressiva

Che cosa significa davvero “libertà entro confini”

Il bambino è libero di agire solo dove l’ambiente e l’adulto hanno reso l’azione possibile, sicura e comprensibile.
Un confine sano è:

  • chiaro (spiegato in anticipo),
  • coerente (si ripete),
  • proporzionato all’età e
  • rassicurante (contiene, non punisce).

Esempi quotidiani:
• Versare l’acqua: brocca piccola, panno vicino. Confine: “Si versa da seduti, sul vassoio.”
• Coltellino seghettato per frutta morbida (4–6): tavoletta, dita a “granchio”. Confine: “Si taglia solo qui e solo la frutta.”
• Scaffale vestiti: 2 opzioni per capo. Confine: “Scegli tra questi due e poi riponi l’altro.”

L’adulto accompagna, non delega (tieni a mente questo acronimo AME – Aiuto Minimo Efficace)

Attesa (5–10 sec).

Segnale non verbale (indico/mostro).

Parola breve (“Prova dall’inizio della zip”).

Tocco puntuale (sostengo solo il pezzo critico).

Dimostrazione lenta (se bloccato del tutto).
Quando mi ritiro: ripete la sequenza, ti guarda meno, usa da sé panno/specchio/checklist.

Responsabilità a piccoli passi (es. vestirsi 3–6)
Scatto 1: mette solo le calze →
Scatto 2: introduce la sequenza (testa–maniche–giù) →
Scatto 3: aggiunge la cerniera.
A ogni passo del bambino,  l’adulto fa un passo indietro.

Periodi sensitivi (perché contano)
• Ordine (≈1–4): posto fisso per oggetti, routine stabile → facilita la sequenza.
• Movimento (0–6): vita pratica continua (versare, travasare, aprire/chiudere).
• Linguaggio (0–6): istruzioni brevi, uguali.
• Socialità (3–6): regole condivise, incarichi reali (apparecchiare 2 posti).

Come riconoscere quando stai spingendo troppo
Indicatori: fretta cronica, opposizione rigida, pianto “a tappeto”, evitamento stabile.
Cosa fare: riduci complessità (meno passaggi), ripresenta lentamente, allunga i tempi (parti 10’ prima), verifica accessibilità degli strumenti.

Algoritmo quotidiano da avere sempre in testa: — mostro → affido un pezzetto → resto vicino → mi ritiro

Mostro (30–60 sec, lento, parole minime). Frase: “Guarda le mie mani.”

Affido un pezzetto (il tratto più facile). Frase: “Provi tu fin qui.”

Resto vicino (AME): attendo, segnalo, una parola, un tocco. Frase: “Ti serve aiuto?” (aspetta la risposta!!! e se è NO, è NO, non aiutare).

Mi ritiro quando riesce 3 volte di fila o gestisce l’errore.

Tre micro-scenari
• Cucina – versare: setup (brocca+bicchiere+panno). Mostro → affido metà → ritiro.
• Uscire – chiudere la giacca: gancio basso, tappetino; aggancio cursore → tiri tu.
• Bagno – denti: clessidra 1–2’, 4 zone; oggi due tu, due io → domani tre tu, una io.

Frasi utili (pronte, brevi, montessoriane)
“Provi tu, io resto qui.” · “Ti mostro solo l’inizio.” · “Quale pezzo fai tu?” · “Ti serve aiuto?” · “Se sbagli, c’è il panno: fa parte dell’imparare.” · “Una cosa alla volta.”

I tre pilastri dell’autonomia (e perché funzionano)

Ambiente, libertà, osservazione: Montessori definisce l’ambiente il vero “maestro”. Un contesto ordinato esternamente sostiene l’ordine interno del bambino (funzione dell’ordine). La libertà entro confini evita sia il caos che l’obbedienza cieca, e nutre scelta e autocontrollo. L’osservazione dell’adulto (quaderno alla mano) è lo strumento per calibrare aiuti e richieste senza invadere.

E l’ambiente interno del genitore?
Accanto allo spazio fisico, Montessori richiama la qualità interiore dell’adulto: presenza, autoregolazione emotiva, tono di voce, ritmo e coerenza. Un adulto centrato, risolto,  diventa egli stesso “ambiente”: contiene con limiti chiari e gentili, rispecchia nominando le emozioni senza giudizio, regola passando dalla reattività alla risposta. Prima si prepara la stanza, poi ci si prepara: un respiro che rallenta, una postura che invita, aspettative proporzionate, una parola in meno e un minuto in più di osservazione. Questo clima interiore rende possibile la libertà entro confini e sostiene la costruzione della volontà del bambino.

Ambiente preparato: pochi materiali veri, chiari, accessibili, a misura.

Libertà entro confini: regole brevi, coerenti, prevedibili.

Osservazione: guardo ritmi, interessi, frustrazioni; cambio il contesto prima di cambiare il bambino.

Le 3 routine-ponte che costruiscono autonomia (senza ansia)

Routine come “micro-laboratori di volontà”: Le routine quotidiane sono palestra di funzione esecutiva: attenzione, memoria di lavoro, pianificazione. Presentate bene, diventano materiali di vita pratica che sviluppano coordinazione, concentrazione e volontà (saper iniziare, proseguire, finire). Ogni routine sotto include: preparazione → presentazione → pratica → autocorrezione.

1) Vestirsi

Cornice Montessori: la vita pratica affina movimento volontario e sequenza logica; la mano è lo “strumento dell’intelligenza”.

Ambiente: cassetto basso; 2 alternative per capo (periodo sensitivo per l’ordine → poche scelte).

Presentazione lenta: mostra la sequenza una volta, con movimenti lenti e parole essenziali (modellamento).

Pratica: lascia provare; intervieni solo se bloccato, partendo dal punto di blocco.

Controllo dell’errore: specchio a misura; la maglia rovesciata “dice” da sola cosa non torna.

Frase guida: “Provi tu, io sono qui.”

2) Apparecchiare/riordinare la tavola

Cornice Montessori: ordine esterno → ordine interno; cura di sé e dell’ambiente = educazione morale concreta.

Ambiente: vassoio con tovaglietta, posate, bicchiere; panno per imprevisti a portata.

Presentazione: posizionare oggetti sempre nello stesso ordine (sinistra→destra), favorendo orientamento spaziale.

Pratica: incarico stabile (“oggi prepari due postazioni”).

Controllo dell’errore: se cade l’acqua, asciuga il bambino: l’imprevisto è parte dell’apprendere.

Rituale: 10 secondi di respiro insieme: setta attenzione e tono.

3) Uscire di casa

Cornice Montessori: prevedibilità e tempo sufficiente preservano la volontà; la fretta erode autonomia.

Ambiente: gancio basso per giacca, cesto scarpe, borraccia accessibile; checklist visiva “scarpe–giacca–acqua”.

Presentazione: agganciare e sganciare la giacca lentamente, mostrare il gesto delle cerniere.

Pratica: timer gentile 5–10’ prima: “Quando suona, provi tu.”

Controllo dell’errore: tappetino per sedersi a rimettere la scarpa che “scappa”.

Errori comuni (da adulti affettuosi ma stressati)

Come l’adulto può sabotare senza volerlo: L’amore è il motore, ma non basta: serve essere preparati. L’adulto è ponte tra bambino e ambiente: troppo aiuto impedisce la costruzione della volontà, troppo poco crea insicurezza. La buona intenzione, senza metodo, genera confusione e stress.

Cosa significa “essere preparati” (in chiave Montessori)

Preparazione interiore: respiro, tono di voce, postura, ritmo, aspettative proporzionate; passare dalla reattività alla risposta.

Preparazione tecnica: presentazioni lente e complete, una sequenza alla volta; uso dell’AME – Aiuto Minimo Efficace (attesa → segnale → parola → tocco → dimostrazione); predisporre controlli dell’errore (specchio, panno, checklist).

Preparazione dell’ambiente: accessibilità reale, pochi materiali, ordine visibile, strumenti veri e sicuri.

Errori tipici: cosa evitare

Sostituzione (“faccio io, così non soffri”) → ruba esperienza e volontà.

Iper-direttività (troppe parole e correzioni) → spegne l’iniziativa.

Fretta/urgenza cronica → trasmette ansia, interrompe la concentrazione.

Lode generica (“bravissimo!”) → alimenta dipendenza dall’approvazione, non competenza. (la trovi anche dopo in modo più approfondito)

Tre criteri pratici per non sabotare

Prima mi centro, poi intervengo (3 respiri + frase guida: “Provi tu, io sono qui”).

Mostro → affido → attendo → mi ritiro (non salto passaggi).

Osservo e calibro: se la frustrazione è stabile, riduco la complessità e preparo meglio ambiente e sequenza.

I segnali positivi che il ponte è solido

Il bambino prova, chiede aiuto mirato e usa strumenti di autocorrezione (specchio, panno, checklist).

L’adulto parla meno, descrive di più, celebra l’impegno e non solo il risultato.

Il clima resta calmo anche nell’errore: l’errore diventa lavoro, non colpa.

La routine procede con meno richiami e più iniziativa spontanea.

I tempi si accorciano naturalmente senza fretta imposta.

Segnali di rischio (da monitorare)

Ti ritrovi a offrire troppe scelte (più di 2) e noti confusione o blocco.

Entri in aiuto automatico (“faccio io così facciamo prima”) e il bambino smette di provare.

Lode generica ("bravissimo!")
Perché è un problema: all’apparenza sembra incoraggiare, ma in realtà può alimentare dipendenza dall’approvazione esterna, ansia da prestazione, evitamento dei compiti difficili. Il bambino non impara a valutarsi da sé, ma solo a piacere all’adulto.
Come correggere: sostituire la lode vuota con feedback descrittivo (racconta ciò che ha fatto), collegarlo a impegno/processo, ancorarlo a un dato osservabile. In questo modo il bambino sviluppa autovalutazione e senso di competenza reale.
Esempi:
• “Hai insistito anche quando la zip si è bloccata: persistenza.”
• “Hai asciugato l’acqua senza che te lo chiedessi: cura dell’ambiente.”
• “Ti sei accorto che mancava la tovaglietta e l’hai cercata: attenzione.”
Formula 3D (Descrivi–Denomina–Direziona): descrivi l’azione, denomina la qualità emersa, indica il passo successivo.
Esempio 3D: “Hai infilato la testa e poi le maniche da solo (sequenza). La prossima volta provi anche a tirare l’ultimo pezzo della zip.”
Cornice Montessori: il riconoscimento deve essere ancorato al gesto osservabile e sostenere volontà e autocorrezione, non il bisogno di piacere.

L’ambiente è adulto‑centrico (oggetti in alto, strumenti non a misura) e compaiono frustrazione o rinuncia.

La fretta cronica spezza la concentrazione e aumenta i conflitti.

Il ruolo dell’ambiente: il vero maestro

Ordine, bellezza, proporzione: Per Montessori l’estetica educa: ordine e bellezza “chiamano all’azione”. Un ambiente sobrio e curato invita il bambino a prendersi cura, senza prediche. L’ambiente rende superflua molta parte delle correzioni verbali.

Meno è meglio: rotazione settimanale; lascia fuori solo ciò che è funzionale all’età/interesse.

Accessibilità: tutto a misura di mano e occhio (ganci, sgabello, brocche leggere).

Strumenti veri (sicuri): piccole pinze, spolverino, spazzola, mini-secchio.

Casa per ogni cosa: sagome/contorni o foto sullo scaffale → il bambino sa dove riportare.

Come si parla all’autonomia (linguaggio adulto)

Parole che costruiscono volontà: Il linguaggio adulto incide su motivazione e autocontrollo. In Montessori si preferisce una parola poca, chiara, concreta, che accompagni l’azione senza sostituirla.

Anticipazione breve: “Ora ti mostro lentamente; poi toccherà a te.”

Sequenza: “Prima la testa, poi una manica, poi l’altra.”

Domande riflettive: “Posso aiutarti? Cosa vuoi riprovare?”

Confini corti e gentili: “Le scarpe restano qui. Se vuoi, ti aspetto mentre provi.”

Riconoscimento dell’impegno: “Hai ricominciato tre volte finché ci sei riuscito.”

Metodo in azione: il “controllo dell’errore”

Dall’etero-correzione all’auto-correzione: Nei materiali Montessori l’errore “salta all’occhio” senza che l’adulto lo segnali (cilindri che sporgono, incastri che non chiudono). Questo si chiama controllo dell’errore: una proprietà dell’ambiente/materiale che restituisce feedback intrinseco all’azione, permettendo al bambino di vedere dove non torna, capire cosa manca e rimediare in autonomia. In pratica: l’errore è dell’azione, non della persona. Effetti attesi: più concentrazione, perseveranza, autostima tranquilla e minore dipendenza dal giudizio adulto.

Perché è cruciale per gli adulti — Evita il cortocircuito “se sbaglia, ho sbagliato io”. Quando l’adulto interpreta l’errore del bambino come fallimento personale (del genitore o dell’educatrice), scattano tre reazioni tipiche: 1) sostituzione (faccio io), 2) iper‑correzione (spiego, correggo, giudico), 3) pressione (fretta, aspettative). Risultato: si rompe il ciclo di auto‑apprendimento, cresce l’ansia, cala l’iniziativa.

Come rimanere nel metodo (linee chiare)

Separare i piani: Io preparo condizioni e limiti, tu fai esperienza.

Nominare l’errore senza colpa (linguaggio descrittivo): “La zip si è fermata qui; ripartiamo dall’inizio del cursore.”

Praticare l’AME: attendo → segnalo → parola breve → tocco puntuale → dimostrazione lenta.

Trasformare l’errore in compito di rimedio: panno, specchio, checklist, cestino “ritenta”. Il rimedio lo esegue il bambino.

Riformulare il pensiero adulto: da “non sono capace a insegnargli” a “sto preparando meglio ambiente e sequenza”.

Rituale anti‑cortocircuito per l’adulto (STOP–RESPIRO–NOMINA–RIFORMULA)
STOP (mi fermo 2″) → RESPIRO (allungo l’espirazione) → NOMINA (a me: “è il suo compito, non il mio valore”) → RIFORMULA (uso una frase guida breve).

Esempio concreto
Maglia al contrario: descrivo (“la cucitura è fuori”), indico lo specchio, chiedo “da dove vuoi ripartire?”, attendo. Se serve, mostro solo il primo gesto per srotolarla; poi mi ritiro. Niente battute svalutanti, niente “te l’avevo detto”.

Come portarlo nelle routine di casa

Rendi visibile la discrepanza: contrasto visivo (bordo del vassoio, righe guida), specchio a misura, checklist illustrata, segni di inizio/fine sul gancio della zip.

Metti a portata gli strumenti di rimedio: panno, spazzolina, cestino “ritenta”, tappetino per sedersi, secchiello per briciole.

Ordina i passaggi: pochi step numerati a vista (1–2–3), sempre nello stesso ordine; criterio di riuscita chiaro (“la tovaglietta resta dentro il bordo”, “zip fino al segno”).

Postura dell’adulto (AME – Aiuto Minimo Efficace)
Attendo 5–10″, segnalo con il dito, offro una parola breve, eventualmente un tocco puntuale; non anticipo la soluzione.
Domande guida: “Cosa non ti torna?” “Con cosa vuoi rimediare?” “Qual è il prossimo passo?”
Linguaggio descrittivo: “La maglia è rimasta girata sulle spalle; guarda allo specchio.”

Quando intervenire davvero
Solo per sicurezza, blocco emotivo prolungato o frustrazione crescente nonostante gli strumenti: semplifico il compito, ripresento il gesto lentamente, rimando la parte difficile.

Mini‑checklist per il genitore
[ ] L’errore è visibile senza parole.
[ ] C’è uno strumento di rimedio a portata.
[ ] I passaggi sono pochi e in ordine.
[ ] Ho pronto cosa dire in 7 parole o meno.

Specchio basso per vestirsi → il bambino vede se la maglia è rovescia.

Panno sempre disponibile → l’acqua caduta diventa occasioni di cura, non colpa.

Checklist visiva → autoverifica dei passaggi prima di chiedere aiuto.

Allenamento di 7 giorni – “Aiutami… a fare da me”

Micro-percorso intenzionale: Sette giorni per mettere a terra i principi: una routine, un ambiente, un passo alla volta. 10–15 minuti al giorno sono sufficienti per innescare nuove abitudini.

Giorno 1 – Scegli una sola routine-ponte
Vestirsi oppure tavola oppure uscita. Prepara l’ambiente e togli il superfluo.

Giorno 2 – Presentazione lenta (una volta sola)
Mostra ogni gesto con calma, in silenzio o con parole minime. Poi invita a provare.

Giorno 3 – Spazio all’errore
Niente correzioni sul risultato: nota un passaggio riuscito e verbalizzalo.

Giorno 4 – Controllo dell’errore
Inserisci strumenti di autocorrezione (specchio, panno, checklist). Non sostituirti.

Giorno 5 – Riduci a 2 scelte
Diminuisci attrito decisionale: osserva se cresce l’iniziativa.

Giorno 6 – Responsabilità reale
Affida un pezzetto stabile della routine (“oggi apparecchi due posti”).

Giorno 7 – Revisione insieme
“Cosa ti è piaciuto? Cosa vuoi fare da solo la prossima settimana?” Decidete un micro-passo in più.

Checklist pratica (salvala sul frigo)

Dall’intenzione alla coerenza quotidiana: La coerenza dell’adulto è il “clima” che rende l’autonomia stabile. Questa lista ti aiuta a restare sul metodo.

Quando l’autonomia “stressa”: segnali da ascoltare

Ricalibrare senza rinunciare: Se compaiono pianto costante, evitamento, oppositività fissa, probabilmente la richiesta è troppo alta o l’ambiente non aiuta. La risposta montessoriana non è “mollare”, ma ridurre la complessità e ripresentare.

Semplifica la sequenza (taglia in 2–3 passi).

Ripresenta lentamente, partendo dal punto di blocco.

Allunga i tempi (parti 10’ prima).

Controlla l’ambiente (accessibilità reale? strumento troppo pesante?).

Riconosci l’emozione: “È difficile, ti capisco. Proviamo un pezzo alla volta.”

Osservazione: il quaderno dell’adulto (scrivi quello che vedi, non quello che pensi di vedere!!!)

Il Metodo = osservazione sistematica: Per Montessori l’osservazione è passiva, paziente e umile.

Passiva non vuol dire assente: l’adulto si trattiene dall’intervenire per non interrompere concentrazione e iniziativa.

Paziente vuol dire rispettare i tempi reali dell’azione, senza fretta né sollecitazioni.

Umile vuol dire sospendere giudizi e aspettative, guardare i fatti e lasciarsi sorprendere.

Scopo: conoscere il bambino per preparare meglio l’ambiente, riconoscere i periodi sensitivi e dosare l’Aiuto Minimo Efficace (AME).

Come si osserva concretamente

Postura discreta, a lato; mani ferme; pochi sguardi, nessun commento.

Quaderno alla mano: descrivo gesti, tempi, interessi; non interpreto.

Intervengo solo per sicurezza o blocco prolungato; altrimenti aspetto.

Cosa guardare

Dove si dirige spontaneamente? Per quanto resta concentrato?

Qual è la sequenza che segue e dove si blocca?

Che segnali di stanchezza o frustrazione compaiono?

Che controlli dell’errore usa da solo?

Errori da evitare

Etichettare ("è pigro/impaziente").

Correggere mentre osservo.

Riempire di domande o di lode generica.

Bastano 3 righe al giorno:

Cosa ha scelto da solo?

Dove si è bloccato?

Quale aiuto minimo ha funzionato?

In una settimana avrai informazioni utili a regolare ambiente e richieste.

Mini-FAQ (secondo Montessori)

Sciogliamo i dubbi ricorrenti:

“Se non insisto, non impara.”
In realtà impara meglio se il compito è proporzionato e l’errore gestibile. Insisti sulla preparazione, non sulla pressione.

“Si arrabbia quando non riesce.”
La frustrazione è naturale: serve un grado di sfida giusto e strumenti di autocorrezione. Nominare l’emozione aiuta la regolazione.

“Ci mettiamo il doppio del tempo.”
All’inizio sì. Poi il bambino guadagna velocità e fiducia. La fretta cronica costa cara cara sul lungo periodo.

Una super domanda per il genitore

In quale momento oggi posso fare un passo indietro (senza sparire) per lasciare a mio/a figlio/a un passo avanti reale?

Autonomia significa fidarsi del processo, non lasciare il bambino da solo. È educazione alla vita: ordine fuori, calma dentro, azione possibile.
Felici s’impara così: un gesto concreto al giorno, preparato con amore, osservato con pazienza, celebrato con verità.

Sempre immensamente grata,
Santina Bossini – family coach Montessori & life coach umanista
Allenatrice di felicità – DDF ��

29/05/2025

Artigiani di felicità

La fatica dietro la felicità

la fatica dietro la felicita

Continua la lettura

29/05/2025

Artigiani di felicità

La fatica dietro la felicità

La fatica dietro la felicità

(ovvero: Felici si diventa, a piccoli passi e a muscoli caldi)

La felicità non è sempre rosa confetto.
Anzi, il più delle volte ha i colori sbiaditi del mattino presto, quelli che non fanno scena nelle stories, ma che raccontano il vero.

Spesso ci chiediamo: "Ma perché faccio così tanta fatica a essere felice?"
Come se la felicità dovesse pioverci addosso, come una benedizione casuale.
Ma la verità è che la felicità, quella vera, non è una benedizione.
È un’abilità.
È un allenamento.
E sì, richiede energia, presenza, disponibilità.

Felici s’impara, e si suda.

Il metodo che porto avanti – Felici s’Impara – nasce proprio da qui.
Dalla consapevolezza che la felicità è come un muscolo:
se non lo alleni, si atrofizza. Se lo alleni, ti cambia la postura della vita.

E non è solo una metafora. Martedì scorso, durante una serata indimenticabile con Elena Cherubini, abbiamo vissuto sulla pelle (letteralmente) quanto il corpo porti memoria.
Il corpo non mente: racconta la tua storia anche quando la mente vorrebbe rimuoverla.
Ed è proprio lì, nel corpo che si apre, che si allunga, che si radica, che la felicità prende una forma nuova: una postura che guarda in avanti, e che finalmente si sostiene da sola.

Non è la fatica a fare la felicità. È la scelta.

Nel mio lavoro, lo ripeto spesso: "Sei tu che scegli da che parte stare."
Ogni giorno, in ogni gesto, in ogni pensiero.
Scelgo se alimentare il mio malumore o allenare la mia gratitudine.
Scelgo se arrendermi ai vecchi schemi o attivare nuove possibilità.
Non è una questione di sacrificio, ma di consapevolezza.
La disciplina – diceva Maria Montessori – non si impone, si conquista.
Ed è proprio questa conquista gentile che rende stabile la nostra direzione.

Disciplina è amore che si struttura.

La disciplina non è fatica sterile.
È amore per sé che prende forma, con costanza.
È ciò che mi permette di tornare, ogni giorno, a ciò che conta.
Non servono punizioni o premi.
Davvero, non servono.
Perché premi e punizioni, anche quelli nascosti nelle frasi che ci diciamo (“Se riesco a fare tutto, allora valgo qualcosa”), alimentano un giudizio costante su di sé, inesorabile, in ginocchio davanti all’idea di dover sempre meritare qualcosa.

La disciplina, quella che serve alla felicità, non nasce dal bisogno di essere approvati, ma dal desiderio profondo di scegliere ciò che ci fa bene, ogni volta che possiamo.
È una forma di libertà, non di costrizione.
È l’arte di educare sé stessi con la stessa cura con cui si accompagnerebbe un bambino a crescere: con fermezza, sì, ma senza mai mettere in discussione il suo valore.

Quando smettiamo di premiarci solo “se siamo stati brave”,
e iniziamo a volerci bene “mentre lo siamo” e anche “quando non lo siamo”,
allora la disciplina diventa un atto d’amore.
Una fedeltà a se stessi che resiste anche quando tutto il resto vacilla.

Osservazione. Fiducia. Ambiente.

Tre parole che nella pedagogia Montessori sono rivoluzionarie,
e che nella mia esperienza diventano pilastri anche per la nostra felicità da adulti:

Osservazione: imparare a guardarsi dentro con sincerità. Non per giudicare, ma per comprendere. Osservare le emozioni, i pensieri, le reazioni. Osservarsi come si osserverebbe un bambino che si sta scoprendo.

Fiducia: avere fede nella possibilità di cambiare. Anche quando ci si è delusi mille volte. Anche quando l’autosabotaggio sembra avere la voce più forte.
Perché sì: siamo noi i primi a metterci i bastoni tra le ruote. Ma siamo anche gli unici a poterli togliere.

Ambiente: non solo quello esterno. Ma l’ambiente interno.
Come mi parlo? Come mi sostengo? Che parole uso con me stessa?
Se lo senti lo sai, canta Jovanotti. E io lo sento, ogni volta che aiuto qualcuno a creare dentro di sé uno spazio di pace. Perché se l’ambiente interiore è accogliente, anche la vita fuori cambia sapore.

Una domanda per te

Quando ti senti stanca e pensi che non ne valga la pena…
domandati: "Che tipo di fatica sto facendo? Quella che mi svuota o quella che mi costruisce?"

Allenarsi alla felicità è come correre sotto la pioggia:
all’inizio ti bagni e basta, ma poi impari a ballarci dentro.
Scopri che dietro la fatica, c’è energia. Dietro il dubbio, c’è un sì che ti aspetta.
E dietro ogni passo, c’è una nuova possibilità.

Con stima e gratitudine

Santina - La tua allenatrice di Felicità. 

 

 

24/04/2025

Le domande degli occhi

Ascoltare oltre le parole, rispondere ai bisogni con empatia

ascoltare oltre le parole rispondere ai bisogni con empatia

Continua la lettura

24/04/2025

Le domande degli occhi

Ascoltare oltre le parole, rispondere ai bisogni con empatia

Ascoltare oltre le parole, rispondere ai bisogni con empatia

Certe domande non si fanno con la bocca.
Arrivano prima.
Le vedi negli occhi di un bambino che abbassa lo sguardo mentre lo richiami.
Nel broncio ostinato di un ragazzo che si chiude nella sua stanza e non vuole parlare.
Nel capriccio apparentemente senza senso, o nella rabbia che esplode troppo in fretta.

Sono le domande degli occhi. Quelle che non si dicono, ma si mostrano.

“Mi vedi?”
“Mi senti davvero?”
“Riesci a capire cosa sto cercando di dirti, anche se non trovo le parole giuste?”

Ecco dove comincia l’accoglienza empatica. Non nel risolvere il comportamento. Non nel trovare subito la soluzione. Ma nel fermarsi a vedere davvero l’altro.
E questo vale per i bambini, per i ragazzi… e per noi adulti. Perché anche noi, tante volte, abbiamo chiesto aiuto senza riuscire a dirlo.

Non è un capriccio, è una domanda di connessione

Molto spesso, nella fatica quotidiana di essere genitori o educatori, rischiamo di fermarci al comportamento che vediamo in superficie.
Un urlo, una porta sbattuta, un pianto inconsolabile, un silenzio ostinato. E il nostro primo istinto è correggere, contenere, spiegare, sistemare.

Ma il comportamento è solo la punta dell’iceberg.
Sotto, c’è un bisogno non riconosciuto, non ascoltato, non accolto.

Dietro la rabbia, può esserci il bisogno di essere ascoltati, di essere considerati.
Dietro la chiusura, il bisogno di sicurezza o di protezione.
Dietro il pianto, il bisogno di conforto, di vicinanza, di amore.

Come dice la Comunicazione Non Violenta di Marshall Rosenberg, ogni azione umana è un tentativo di soddisfare un bisogno. Quando impariamo a guardare oltre l’apparenza del comportamento, possiamo finalmente smettere di chiederci “Come faccio a farlo smettere?” e iniziare a chiederci:
“Di cosa ha bisogno in questo momento?”

Il potere di avere le parole giuste: il vocabolario dei sentimenti e dei bisogni

La Comunicazione Non Violenta ci invita a sviluppare una competenza spesso trascurata: dare nome alle emozioni e ai bisogni, allenarci a riconoscerli, a esprimerli, a stare accanto anche quando sono scomodi.

Quante volte diciamo ai bambini:

“Calmati!” (senza dire “Capisco che sei arrabbiato”)

“Non c’è motivo di piangere” (senza dire “Vedo che sei molto triste, cosa ti fa stare così?”)

Ma se non aiutiamo i bambini e i ragazzi a nominare quello che provano, resteranno prigionieri di reazioni che nemmeno loro capiscono.
Dotarsi di un vocabolario condiviso di sentimenti e bisogni diventa allora uno strumento educativo potente, che favorisce la consapevolezza e la fiducia.

Per esempio, invece di fermarci a dire:

“Sei sempre nervoso!”
potremmo imparare a dire:

“Sei frustrato perché forse avevi bisogno di essere ascoltato?”

O ancora, invece di:

“Non fare così, non serve arrabbiarsi!”
possiamo provare:

“Vedo che sei arrabbiato, forse perché avevi bisogno di rispetto e chiarezza?”

Ogni volta che aiutiamo un bambino (o un ragazzo, o un adulto) a riconoscere e a dare nome a quello che prova, stiamo facendo un atto di educazione alla libertà interiore. Stiamo costruendo le basi di una comunicazione più vera, più rispettosa, più umana.

Osservare, non giudicare: lo sguardo Montessori nella CNV

Maria Montessori ci ricorda che l’osservazione è il primo gesto d’amore educativo.
Non l’osservazione per controllare o per correggere, ma quella che nasce dalla curiosità, dall’interesse sincero per l’altro.
Uno sguardo che si allena a vedere senza etichettare, ad accogliere senza giudicare.

Questa stessa attitudine è il cuore della Comunicazione Non Violenta.
Essere presenti, ascoltare senza fretta, senza bisogno di “aggiustare” subito le cose. Stare con l’altro, anche nel disagio, nella fatica, nella rabbia, senza scappare.

Perché quando un bambino dice: “Non ti voglio più bene!”, spesso sta solo chiedendo:
“Mi vuoi bene lo stesso, anche adesso che sono arrabbiato?”

E rispondere a questa domanda non è questione di tecnica, ma di allenamento del cuore.

Per allenare questa competenza… comincia da te

Non possiamo aiutare i nostri figli a dare nome ai loro bisogni, se per primi non impariamo a riconoscere i nostri.
Allenarsi a sentire e a dire:

“Mi sento stanco, perché ho bisogno di riposo.”

“Mi sento frustrata, perché ho bisogno di collaborazione.”

“Mi sento felice, perché il mio bisogno di connessione è stato nutrito.”

È il primo passo per essere autentici, per educare alla libertà di esprimere ciò che si prova.
E ogni volta che lo facciamo, apriamo uno spazio sicuro dove le domande degli occhi possano finalmente trovare una risposta che cura.

Con gratitudine

Santina

la tua allenatrice di felicità

05/04/2025

Artigiani di felicità

 Ma davvero credi che si possa essere felici su questa terra???

ma davvero credi che si possa essere felici su questa terra

Continua la lettura

05/04/2025

Artigiani di felicità

 Ma davvero credi che si possa essere felici su questa terra???

Come posso aumentare la mia autostima e fiducia in me stessa?

Molte donne si interrogano su come poter aumentare la propria autostima e affrontare con maggiore sicurezza le sfide quotidiane. Secondo Luca Stanchieri, life coach professionista e mio Maestro per eccellenza, l'autostima è una combinazione di amore, speranza e fiducia nella propria mente. Nel suo libro "Come allenare l'autostima e vivere sereni", propone 101 esercizi pratici per rafforzare l'io e sviluppare il proprio potenziale. Ed è proprio così: l'autostima non è qualcosa che si ha o non si ha. È una forza che si allena. Un seme che si coltiva ogni volta che scegliamo di rispettarci, di riconoscerci valore, di volerci bene. E ogni volta che lo facciamo, anche solo un po', qualcosa dentro di noi si raddrizza. Trova posto. Respira.

Quali sono le strategie per trovare un equilibrio tra vita personale e professionale?


Ma non basta sentirsi all’altezza: spesso, quando si parla di autostima, si intreccia un’altra grande domanda che tante donne mi pongono nei percorsi individuali o durante i corsi: “Come faccio a tenere insieme tutto?”
Lavoro, famiglia, relazioni, sogni personali… sembra che ogni parte della nostra vita chieda il 100%. E noi, nel tentativo di dare tutto, finiamo per sentirci sempre in difetto. Ma l’equilibrio non è una somma perfetta. È un'armonia dinamica, fatta di ascolto, priorità, e soprattutto, di presenza.Trovare questo equilibrio non significa diventare superdonne multitasking. Significa imparare a scegliere consapevolmente dove mettere energie e tempo, imparare a dire dei no giusti per poter dire dei sì veri.
Nel metodo Montessori si dice che “la vera disciplina nasce dalla libertà interiore”: vale anche per noi. Serve imparare ad ascoltare i propri bisogni, ad accettare che non possiamo essere ovunque, ma possiamo essere davvero presenti lì dove scegliamo di esserci.
Nel percorso Lasciati Brillare, lavoriamo anche su questo: imparare a bilanciare senza colpevolizzarsi, a scegliere con chiarezza, a vivere con leggerezza e intenzione. Perché felici, sì, s’impara. E anche l’equilibrio, se lo coltivi con amore, arriva.

Perché non riesco mai a dire di no?


Ed eccola lì, la domanda che punge come una spina sotto pelle: “Perché non riesco mai a dire di no?”
Dietro questa fatica si nasconde spesso una convinzione radicata: dire di no è egoismo, è deludere, è mancare d’amore. Eppure, ogni volta che dici sì contro te stessa, il prezzo lo paghi tu — in tempo, energia, benessere, serenità.
E sai una cosa? Non si tratta solo di assertività. Si tratta di identità. Imparare a dire no, nel mio approccio di coaching umanistico, significa riconoscere che valgo anche quando metto un confine, che posso amare senza annullarmi, che posso essere generosa senza svuotarmi.
E lo dico sempre anche alle mamme nei percorsi Montessori: educare un bambino al rispetto parte da noi. Da quanto ci rispettiamo, da quanto ci ascoltiamo, da quanto siamo capaci di prenderci cura dei nostri sì e dei nostri no. Nel laboratorio gratuito che ho creato lo scorso gennaio, Radici di Coraggio, tante donne si sono sorprese nello scoprire che dietro la paura di dire no c’erano potenzialità dormienti: la prudenza, la gentilezza, il senso di giustizia, pronte a mostrarsi in una forma nuova.
Nel percorso Lasciati Brillare, queste potenzialità le alleniamo sul serio. Perché un no detto bene non allontana: illumina chi sei davvero.

Perché sento che mi sto perdendo, anche se in teoria ho tutto?


Questa domanda arriva spesso sottovoce. Come un sussurro che si vergogna di esistere.
Hai un lavoro, una famiglia, magari anche dei momenti felici. Eppure dentro… qualcosa si è spento. Ti senti scollegata da te stessa. Come se fossi spettatrice della tua vita, più che protagonista.  Sai cosa rispondo, quando una donna mi dice questo?
Che non si è persa, ma si è dimenticata di ascoltarsi.
E non per colpa. Ma per amore. Perché per anni ha messo al primo posto gli altri. Ha fatto il possibile per tenere tutto insieme, per non deludere, per essere “brava”.
E in tutto questo, ha messo in pausa i suoi desideri più profondi, la sua creatività, le sue passioni, perfino la sua visione di sé. Nel mio lavoro, quando vedo queste anime luminose un po' offuscate, la prima cosa che faccio è aiutarle a riconnettersi alla loro unicità.
Non con un esercizio motivazionale, ma con un percorso vero: di ascolto, di sblocco, di riscoperta.
Come diciamo spesso nel metodo Montessori, la vita vera inizia quando l’ambiente permette al potenziale di emergere. E quell’ambiente, a volte, lo creiamo insieme.

Nel percorso Lasciati Brillare ci prendiamo il tempo per questo. Per tornare ad abitarci. Per ricucire il filo con noi stesse. E scoprire che c’è ancora tantissimo da dire, da fare, da essere.

Come posso essere felice davvero?


La felicità… quella vera. Non quella delle frasi fatte, delle immagini patinate o dei motivi da trovare a forza.
La felicità che cerchiamo quando ci sentiamo stanche. Quando ci domandiamo se c’è qualcosa di più. Quando sentiamo che la vita ci chiama… e non vogliamo più mettere il silenzioso.

Ma allora, che cos'è questa felicità “vera”?


Per me, non è uno stato da raggiungere, ma un modo di stare nella vita.
Un orientamento, come lo chiama il coaching umanistico, un nuovo sguardo come lo chiamo io. Una scelta quotidiana di guardarsi con benevolenza, di imparare da ogni caduta, di riconoscere e allenare ciò che di buono già c’è.
Felicità è sapere che hai valore, anche nei giorni in cui non produci nulla. È svegliarti e sapere che puoi essere te stessa, senza dover dimostrare, senza doverti guadagnare l’aria che respiri.

Montessori parlava della gioia profonda che nasce dal fare con le proprie mani. Ecco: la felicità si costruisce così.
Un passo alla volta, un esercizio alla volta, un giorno alla volta.
Non è perfetta. Ma è autentica. E ha il tuo volto.

Ed è questo il cuore del mio lavoro. Aiutarti a riconoscere le tue potenzialità, a farle fiorire, a illuminare la tua strada con ciò che già abita in te.
Il percorso Lasciati Brillare è nato proprio per questo: non solo per insegnarti ad essere felice, ma per accompagnarti a scoprire che puoi esserlo sul serio, a modo tuo e SOLO  a modo tuo. Qui. Su questa terra.

Ti riconosci in queste domande?


Allora forse è arrivato il tuo momento.
Non per stravolgere la tua vita, ma per tornare a viverla con pienezza. Per scegliere te. Per lasciarti brillare.

Il percorso Lasciati Brillare comincia sabato 3 maggio a Montichiari. Sono sei incontri, sei sabati pomeriggio, pensati per chi desidera fare un viaggio autentico dentro di sé, accompagnata con cura.

Se vuoi saperne di più, partecipa a uno dei webinar gratuiti di aprile, oppure scrivimi nel modo che ti va di più e sarà un piacere raccontarti tutto.

Perché sì: anche su questa terra, si può essere felici.

Con affetto,

Santina

16/03/2025

Artigiani di felicità

Ricominciare da te: trasformare il dolore in rinascita

ricominciare da te trasformare il dolore in rinascita

Continua la lettura

16/03/2025

Artigiani di felicità

Ricominciare da te: trasformare il dolore in rinascita

Ricominciare da te: trasformare il dolore in rinascita

Quando ho vissuto la separazione e il divorzio, è stato un periodo duro e doloroso sotto molti aspetti: emotivo, affettivo ed economico. La mia famiglia – i miei genitori e mio fratello – è stata un sostegno essenziale per me e per mio figlio Carlo. La loro presenza discreta e costante ha rappresentato la base su cui ricostruire fiducia e speranza nel futuro.

Ho imparato che anche il dolore più profondo può essere attraversato e trasformato, ma prima di tutto va accolto con gentilezza. Ci sono stati momenti di sconforto in cui mi sono sentita sopraffatta, ma ho cercato di non respingere quelle emozioni. Ho imparato a stare con il mio dolore, ad ascoltarlo senza paura, senza volerlo soffocare o negare. Accoglierlo mi ha permesso di dargli un senso, di comprenderne il messaggio e di trasformarlo in una spinta per rinascere. Non mi sono mai lasciata definire da ciò che stavo vivendo: ero una persona che attraversava una fase difficile, non la mia difficoltà. Oggi, con il senno di poi, riconosco che quel passaggio è stato per il mio bene e per la mia crescita, perché mi ha insegnato a guardarmi con più amore e comprensione.

Accogliere il dolore per trasformarlo

La fine di una relazione importante può travolgerci con emozioni intense come rabbia, tristezza e senso di fallimento. Quest'ultimo, in particolare, può insinuarsi profondamente nella nostra identità, facendoci credere di non essere stati abbastanza, di aver sbagliato o di aver perso qualcosa di irrecuperabile. Spesso cerchiamo di evitare queste emozioni, temendo che ci schiaccino, ma la vera guarigione avviene quando ci concediamo di sentirle senza giudizio. Accettare il senso di fallimento significa riconoscere che una relazione finita non definisce il nostro valore personale, ma è solo una parte della nostra storia, da cui possiamo imparare e crescere.

Maria Montessori insegnava che la crescita passa attraverso l’osservazione paziente e non giudicante. Ho applicato questo principio a me stessa: ho osservato le mie emozioni, le ho accolte e comprese. In questo modo, il dolore ha smesso di essere un ostacolo e si è trasformato in una guida per la mia rinascita.

Nel coaching spirituale ho scoperto un principio prezioso: ogni emozione, anche la più dolorosa, ha un messaggio per noi. Quando ho chiesto al mio dolore cosa volesse insegnarmi, ho scoperto parti di me che avevano bisogno di essere viste e amate. Questo è stato il mio punto di svolta.

Non sei ciò che ti è successo: riprendere il dialogo con te stessa

Dopo una separazione, ci si sente spesso frammentati tra un “prima” e un “dopo”. Il "prima" rappresenta ciò che eravamo all'interno della relazione, con le nostre certezze e abitudini, mentre il "dopo" appare come una terra sconosciuta, spesso carica di paura e insicurezza. La tentazione di identificarsi con il dolore (“sono divorziata”, “sono stata tradita”) è forte, perché ci sembra che la nostra identità sia stata stravolta. Tuttavia, questa visione può diventare limitante: la fine di una relazione non è la fine della nostra storia, ma una svolta che può condurci a una versione più autentica e consapevole di noi stesse. La vera sfida è trasformare quel "dopo" in un'opportunità per riscoprire chi siamo, cosa vogliamo e come possiamo costruire una nuova vita su basi più solide e in sintonia con la nostra vera essenza.

Un elemento fondamentale nel metodo Montessori è l'importanza dell'ambiente e del contesto in cui viviamo. Quando affrontiamo un periodo difficile, ciò che ci circonda può influenzare profondamente il nostro benessere. Creare un ambiente che favorisca la serenità, il comfort e la rigenerazione interiore diventa essenziale. Circondarsi di persone che ci sostengono, riorganizzare gli spazi in modo che ci trasmettano armonia, dedicare del tempo a luoghi che ci fanno stare bene: tutto questo può fare la differenza nel processo di rinascita e guarigione. Il nostro contesto non è solo esterno, ma anche interno: prenderci cura dei nostri pensieri, delle nostre emozioni e del modo in cui ci parliamo è altrettanto importante. Quando costruiamo un ambiente che ci supporta, dentro e fuori di noi, possiamo ritrovare più facilmente equilibrio e fiducia nel futuro.

Cosa provo davvero in questo momento?

Di cosa ho bisogno oggi per stare meglio?

Quale piccolo gesto posso fare per me stessa?

Creare questo spazio di consapevolezza è il primo passo per ricostruire un senso di sé più autentico e libero.

Scoprire e valorizzare le proprie potenzialità

Nei momenti di crisi tendiamo a focalizzarci sulle mancanze, ma è proprio lì che possiamo riscoprire le nostre potenzialità: coraggio, resilienza, speranza. Allenare uno sguardo positivo non significa negare la difficoltà, ma imparare a riconoscere che, accanto al dolore, ci sono anche risorse preziose dentro di noi. La mente è abituata a concentrarsi su ciò che manca, ma possiamo educarla, con costanza e intenzionalità, a vedere anche le possibilità.

Come coach, vedo ogni giorno quanto sia potente questo approccio. Il cambiamento non è immediato, ma richiede pratica: iniziare con piccoli gesti quotidiani di gratitudine, celebrare i propri successi, riconoscere gli sforzi fatti. Ogni passo in questa direzione aiuta a costruire una mentalità più forte e aperta al futuro, trasformando le difficoltà in occasioni di crescita.

Anche nel mio percorso personale, attraversare il divorzio mi ha permesso di scoprire una forza interiore che non sapevo di avere. Ho imparato a fidarmi del mio istinto, a prendere decisioni con prudenza e a coltivare una speranza che ha aperto nuovi orizzonti. Questo processo di scoperta non solo mi ha aiutata a superare il dolore, ma ha trasformato profondamente il mio modo di vivere.

Ritrovare fiducia in sé e negli altri

Dopo un tradimento o una separazione, fidarsi di nuovo sembra impossibile. Il dolore crea muri, ma la fiducia è una scelta che possiamo compiere consapevolmente e che richiede coraggio, pazienza e impegno. Non è un atto impulsivo, ma un percorso che parte da noi stesse: decidere di fidarsi significa aprire uno spiraglio, anche piccolo, alla possibilità di ricostruire un rapporto positivo con noi stesse e con gli altri. La fiducia non è cieca, né deve essere imposta: è un processo graduale, che si nutre di esperienze, di ascolto interiore e di nuove consapevolezze. Scegliere di fidarsi non significa dimenticare ciò che è stato, ma imparare a non lasciare che il passato definisca il nostro futuro.

Il punto di partenza è ricostruire il rapporto con noi stesse. Conoscere meglio le nostre emozioni e bisogni ci aiuta a creare relazioni più sane, perché i sentimenti sono il filo conduttore di ogni esperienza di vita. Imparare ad accoglierli e ad esprimerli in modo autentico ci permette di riconoscerci e di farci riconoscere dagli altri, senza paura di essere giudicate. Un metodo efficace è la Comunicazione Non Violenta, che insegna non solo a esprimersi con chiarezza e rispetto, ma anche a valorizzare il mondo emotivo come risorsa fondamentale per costruire legami profondi e significativi.

Piccoli passi concreti, come aprirsi con una persona fidata, possono aiutarci a riscoprire il valore della fiducia e a sentirci più sicure nelle nostre scelte.

Riappropriarsi del futuro: il diritto alla felicità

Dopo una separazione, il futuro appare incerto e spaventoso. Ma l’incertezza non significa rassegnazione: significa accogliere la possibilità di un nuovo inizio e riconoscere che proprio nel disorientamento può celarsi un'opportunità di trasformazione. Quando tutto sembra sfuggire al nostro controllo, abbiamo la possibilità di imparare ad affidarci alla vita con più fiducia, a sviluppare nuove risorse interiori e a scoprire aspetti di noi stesse che prima non avevamo mai esplorato. L’incertezza diventa quindi una palestra per la crescita, un terreno fertile per allenare la capacità di adattamento, di resilienza e di apertura alle infinite possibilità che il futuro può offrirci.

Il primo passo è chiedersi: Cosa mi rende davvero felice? Cosa voglio per me stessa?

Nel coaching umanistico, incoraggio a individuare piccole azioni che portino gioia. Non serve stravolgere tutto in un giorno: la felicità si costruisce un passo alla volta. E come studentessa nel percorso per diventare Spiritual Coach, mi alleno a stare nell'ombra per riscoprire la luce. Accettare i momenti di buio, senza paura né fuga, significa permettersi di esplorare la profondità di sé stesse, riconoscendo che è proprio lì che nascono le intuizioni più autentiche e le trasformazioni più profonde. La luce non è assenza di ombra, ma la sua naturale evoluzione quando impariamo a integrarci con tutte le nostre parti, senza rifiutarne nessuna.

Piccoli passi concreti per ripartire

Riprendere in mano la propria vita quotidiana è un processo graduale. Gesti semplici, come creare una routine che ci fa stare bene o dedicarsi a una passione, possono fare una grande differenza.

Il metodo Montessori e il coaching umanistico offrono strumenti pratici per ritrovare equilibrio. Un esercizio utile è dedicare 10 minuti al giorno all’ascolto di sé: respirare, riconoscere le emozioni, compiere un piccolo gesto per il proprio benessere.

Questi passi creano basi solide per un nuovo capitolo di vita. Non serve avere fretta: la felicità si impara strada facendo, con curiosità e amore per la vita. La tentazione di cercare una soluzione immediata, un rimedio rapido per il dolore, è forte, ma forzare il cambiamento non aiuta. "Chiodo schiaccia chiodo" non funziona davvero, perché ogni ferita ha bisogno del suo tempo per guarire. Il vero percorso di rinascita avviene quando ci concediamo il tempo necessario per comprendere, accogliere e trasformare ciò che è stato, senza cercare scorciatoie.

Per concludere 

Il dolore non è una destinazione, ma un passaggio. Se lo attraversiamo con consapevolezza e amore per noi stesse, ci porta verso una versione più forte e autentica di noi. Come scriveva Carlos Castaneda, "Un guerriero prende ogni cosa come una sfida, non come una benedizione o una maledizione". Il dolore può sembrare una barriera, ma in realtà è una porta: accoglierlo significa permettergli di trasformarci, di renderci più sagge e più capaci di vedere la vita con occhi nuovi. È nell’attraversamento della sofferenza che scopriamo le risorse interiori che non sapevamo di avere, e impariamo a muoverci nel mondo con più fiducia e profondità.

La felicità non è un traguardo lontano, ma una scelta quotidiana. Ogni giorno possiamo decidere di onorare la nostra vita e i nostri desideri.

Benvenuta nel tuo viaggio di rinascita. Benvenuta in Happy Life Balance, dove la felicità si impara strada facendo.

20/10/2024

Giorni che contano

Come individuare i punti di forza di tuo figlio

come individuare i punti di forza di tuo figlio

Continua la lettura

20/10/2024

Giorni che contano

Come individuare i punti di forza di tuo figlio

Come Individuare i punti di forza di tuo figlio

Ogni bambino, ogni ragazzo è un piccolo universo di potenzialità, e come genitori abbiamo l'importante compito di scoprire e valorizzare i suoi punti di forza. Nel metodo Montessori e nel coaching umanistico, il focus è proprio su questo: riconoscere le qualità uniche di ciascuna bambina e ragazza,  e allenarle per farle diventare la base della sua sicurezza e del suo benessere. Questo processo non solo costruisce autostima, ma crea anche un senso di appartenenza all’interno della famiglia, dove ciascuno ha un ruolo preciso e contribuisce al benessere comune.

Vediamo insieme come fare.

1. Osservare Consapevolmente: alla scoperta delle qualità uniche

Il metodo Montessori ci insegna che l’osservazione è il primo passo per conoscere davvero un bambino, e un ragazzo. Prenditi del tempo per osservare tuo figlio durante le sue attività quotidiane: mentre gioca, interagisce con altri bambini o si immerge in un progetto creativo. Noterai che ci sono momenti in cui brilla, mostrando qualità naturali come la curiosità, la pazienza, la creatività o la capacità di risolvere i problemi.

Cosa noti di speciale in tuo figlio?

Magari è un ottimo mediatore di conflitti, o è abile nel far ridere gli altri quando c’è "maretta" in famiglia. Potrebbe avere un talento naturale per seguire istruzioni tecniche con precisione (per esempio quando di montano di mobili!!!), o mostrare una calma sorprendente nei momenti di crisi.

L'osservazione consapevole ti permette di scoprire queste qualità nascoste e di iniziare a valorizzarle in modo concreto.

2. Creare esperienze di successo: Il potere del fare

Per aiutare tuo figlio a scoprire e riconoscere i suoi punti di forza, è importante che faccia esperienza di successo. Offrigli attività e compiti che possano sfidarlo in modo positivo, senza essere troppo difficili o frustranti. L’idea montessoriana di proporre materiali e attività alla portata della bambina, o della ragazza, ma capaci di stimolarlo, è fondamentale in questo processo. Non troppo facili, da far perdere lo stimolo, e nemmeno troppo difficili da far perdere l'entusiasmo. 

Prova con attività diverse: cucinare insieme, lavorare in giardino, risolvere puzzle, dipingere o fare piccoli lavori manuali. Queste esperienze permettono di osservare in quale ambito tuo figlio si sente più sicuro e competente, offrendoti indizi su dove risiedono i suoi punti di forza.

3. Il feedback positivo: seminare fiducia e consapevolezza

Una volta individuate le qualità di tuo figlio, è essenziale offrirgli un feedback positivo e specifico. Nel coaching umanistico, si lavora molto sul rinforzo delle potenzialità, perché è da lì che nasce la fiducia nelle proprie capacità.

Sii chiaro e concreto: "Sei davvero capace a risolvere i problemi, mi è piaciuto molto come hai trovato una soluzione quando non sapevamo cosa fare!" oppure "La tua capacità di farci sorridere quando siamo tutti un po' nervosi è preziosa, grazie!"

Quando un bambino, o un ragazzo,  riceve messaggi chiari su ciò che fa bene, impara a riconoscere quelle qualità come parte di sé e inizia a costruire una solida autostima.

4. Costruire un ruolo nella squadra familiare

Far sentire tuo figlio parte della famiglia, con un ruolo chiaro e riconosciuto, è un passo importante. Ogni famiglia è come una squadra, dove ogni membro contribuisce con le proprie qualità e capacità. Il metodo Montessori incoraggia a responsabilizzare i bambini, come i ragazzi, e a farli sentire partecipi fin da piccoli, coinvolgendoli in attività quotidiane che possano valorizzare i loro talenti.

Coinvolgilo nelle attività familiari: se tuo figlio è bravo in cucina, lascia che sia il "piccolo chef" di casa. Se ha un talento per far ridere, fagli sapere quanto apprezzi la sua capacità di portare leggerezza nei momenti difficili. Se è particolarmente bravo a seguire istruzioni tecniche, magari può aiutarti nei piccoli progetti di bricolage.

Questo aiuta tuo figlio a sentirsi utile e a percepire il valore delle proprie capacità all’interno della famiglia, rafforzando il suo senso di appartenenza e di autostima.

5. Coltivare un clima di fiducia e libertà

Creare un ambiente familiare di fiducia e apertura è fondamentale per favorire l’espressione delle potenzialità dei bambini. Il coaching umanistico si basa sull’amore per la vita e la fiducia nel proprio percorso, ed è importante che i bambini si sentano liberi di sperimentare e di esprimere le loro qualità senza paura del giudizio.

Favorisci un clima positivo in cui il bambino si senta accolto, amato e libero di essere se stesso. Questo incoraggia la sua crescita e lo aiuta a sviluppare consapevolezza delle proprie potenzialità in un contesto di sicurezza e amore.

In conclusione ti lascio delle domande per riflettere.

Per aiutarti a scoprire e valorizzare i punti di forza di tuo figlio, o di tua figlia ecco alcune domande che puoi porti:

In quali momenti vedo brillare mio figlio/a?

Cosa posso fare oggi per favorire lo sviluppo dei suoi punti di forza?

Come posso comunicargli, in modo positivo e costruttivo, che apprezzo le sue qualità?

Ricorda, il compito di un genitore è accompagnare, osservare e riconoscere i talenti unici del proprio bambino/a, come dei propri ragazzi o ragazze,  creando così un ambiente familiare ricco di crescita, amore e felicità condivisa. 

  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
Logo Santina Bossini

Contatti e info

Mail: info@santinabossini.it

via Matteotti 207/E
25063 Gardone Val Trompia (BS)

Tel: +39 3387179684

Scegli di essere felice

Prenota una call gratuita

Social:

Informative

Privacy Policy Cookie Policy

Credits

bollino-eco-

Code Me Green S.r.l.

Professione ex legge n. 4/2013 - I servizi che trovi in questo sito e la metodologia utilizzata rientrano nell’ambito della professione di educatore professionale e di coaching. Non sono servizi di natura psicologica, sanitaria o terapeutica, né si sostituiscono a servizi di tale natura o riservati dalla legge a specifici professionisti.