Foto genitori con bambino neonato

Happy Life Balance
Felici s’impara.

 

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Chi sono

Sono una donna, fiera del mio femminile. Una mamma, una compagna, una coach umanista, un’educatrice Montessori, e tutti questi ruoli, che il momento presente mi sta donando, sono accomunati dalla stessa visione che ho della vita meravigliosamente complicata.

In pochissime parole amo definirmi una Allenatrice di Felicità

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La mia mission

Essere una portatrice sana di felicità che ne diffonde la cultura e l’allenamento quotidiano nella palestra della vita.

La felicità è il mio pallino per aver sperimentato in prima persona che, non solo la felicità è possibile, ma è qualcosa che si può imparare, mettendo d’accordo l’Essere, il Fare e l’Amare per realizzare una vita piena di senso e di significato.

Lo dico da persona umana imperfetta e che ha una vita meravigliosamente complicata, plasmata dal signor Errore con cadute e rialzate, anche importanti, ma sempre in continua crescita verso una migliore versione di me. Scopri di più

Rubriche recenti

Questo spazio dedicato alle mie rubriche vuole essere un "posto" di condivisione e comunanza di esperienze di vita.

27/12/2025

Le domande degli occhi

Quando sei triste: 3 cose che aiutano davvero (e 3 che peggiorano tutto)

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Quando sei triste: 3 cose che aiutano davvero (e 3 che peggiorano tutto)

Ci sono giorni in cui la tristezza entra in casa senza bussare.

Non sempre ha un motivo chiaro, non sempre si presenta con una scena drammatica. A volte è semplicemente una "nebbia" sulle cose: ti muovi, fai, rispondi… ma dentro senti che qualcosa è più lento, più pesante, più opaco.

E qui spesso scatta l’equivoco più comune: pensare che allenare la felicità significhi evitare la tristezza.

Io la vedo diversamente: non si può evitare la tristezza. 

Allenare la felicità significa imparare una competenza di vita: restare presenti quando arrivano emozioni che non abbiamo scelto, e trasformare quel momento in un’occasione di ascolto e di direzione.

La tristezza è “l’altra faccia della medaglia” non perché sia il contrario della felicità, ma perché è una delle emozioni che ci ricordano che siamo umani, vulnerabili, attraversati da bisogni spesso ignorati e da aspettative sociali che non ci appartengono. 

E se è vero che felici s’impara, è anche vero che si impara proprio lì: nel modo in cui stiamo dentro alle giornate storte, ed è complicato, e qualche volta anche tanto complicato. 

La tristezza: non una nemica, ma un segnale (senza romanticismo)

Nella prospettiva del coaching umanistico e spirituale, io non parto dall’idea che le emozioni siano “problemi” da risolvere in fretta: le considero un linguaggio. Un modo con cui la vita interna prova a farsi capire prima ancora che noi abbiamo le parole giuste.

E qui vale una distinzione che chiarisce molto: emozioni e sentimenti non sono la stessa cosa.

Le emozioni sono risposte rapide e spesso corporee (un’onda): arrivano, attivano il corpo, orientano l’attenzione. Sono più immediate che razionali.

I sentimenti sono l’emozione “letta” e rielaborata dalla mente nel tempo: diventano una trama più stabile, fatta di pensieri, significati, memoria, interpretazioni e valori. In pratica: l’emozione è il segnale; il sentimento è il modo in cui quel segnale viene abitato e raccontato.

Per esempio: la tristezza come emozione può essere un impulso breve (una stretta al petto, un groppo in gola, un calo di energia). Se però a quella tristezza si agganciano frasi interiori ripetute (“non ce la farò”, “sono sola”, “non valgo”), allora può trasformarsi in un sentimento più duraturo: scoraggiamento, malinconia, amarezza, sfiducia.

Questa distinzione è importante tenerla ben presente perché ci fa vedere dove possiamo lavorare: non sempre possiamo impedire l’emozione, ma possiamo intervenire su ciò che ci costruiamo sopra (il racconto, le conclusioni, le scelte).

E allora la tristezza, come emozione, spesso segnala:

una perdita (non solo lutti: anche perdite apparentemente minori, delusioni, aspettative cadute)

un distacco (da una persona, da un progetto, da un’immagine di sé)

un bisogno rimandato troppo a lungo

un carico emotivo che stiamo portando da soli

un confine che non abbiamo saputo proteggere

Non sempre la tristezza ha un significato nitido e immediato: a volte si tratta di stanchezza, di stress accumulato, di un “troppo” che il corpo registra prima della mente.

Ma una cosa sì: la tristezza, quasi sempre, ci chiede rallentamento e ascolto.

Ed è qui che entra in gioco anche un principio Montessori (che vale benissimo per gli adulti): quando l’ambiente è sovraccarico, confuso, troppo pieno di stimoli e richieste, l’organismo tende a chiudersi. Per ritrovare equilibrio spesso non serve “spingere di più”, ma preparare un ambiente (interno ed esterno) che sostenga.

E qui mi torna in mente una frase attribuita ad Antoine de Saint‑Exupéry: “La perfezione si raggiunge non quando non c’è più niente da aggiungere, ma quando non vi è più niente da togliere.”

Impariamo ad alleggerire, alleggerire il nostro ambiente interno e anche quello esterno. 

Un confine necessario: quando non basta “gestirla da soli”

Diciamolo senza giri: a volte la tristezza è un’onda che chiede ascolto. Altre volte è un segnale che chiede un aiuto più strutturato.

Il criterio che, più di tutti, fa chiarezza è il tempo. Ma non solo in senso numerico.

Una tristezza “normale” (per quanto scomoda) tende ad avere un andamento ondoso: arriva, sale, ti attraversa e poi lascia spazio a aperture. Non significa “stare bene”, significa che ogni tanto torna respiro: ti capita di concentrarti, di appoggiarti a qualcosa di semplice, di sentire che non sei solo quel nodo.

Quando invece la tristezza diventa un clima costante, il tempo cambia qualità: non è più qualcosa che va e viene, è una presenza che occupa le giornate e restringe lo spazio interno. Qui la domanda non è solo “da quanto dura”, ma come sta durando:

Ci sono (o no) finestre di sollievo?

Resta legata a momenti specifici o si allarga a tutto?

Ti lascia ancora la possibilità di fare un gesto di cura o spegne quasi ogni iniziativa?

Nel viaggio di conoscenza della tristezza questo passaggio è centrale: non giudichiamo l’emozione, ma osserviamo i suoi indicatori (intensità, frequenza, durata, impatto). È un’osservazione molto “Montessori per adulti”: guardare la realtà così com’è, senza etichette e senza drammatizzare, per capire quale percorso serve davvero.

E anche qui la CNV aiuta: invece di dirci “non dovrei stare così”, possiamo chiederci con onestà: che cosa sta succedendo nel mio quotidiano, da quanto, e quanto mi sta limitando?

Se la tristezza:

dura molte settimane senza aperture,

ti spegne quasi del tutto il piacere (anche delle cose che amavi),

ti blocca nel quotidiano delle tue giornate (cura di te, lavoro, relazioni),

si accompagna a autosvalutazione pesante,

o a pensieri di farti del male,

la scelta più matura è parlarne con un professionista della salute mentale (psicologo/psicoterapeuta/medico).

Qui è utile chiarire, con delicatezza ma con precisione, la differenza tra psicologia/psicoterapia e coaching.

La psicologia clinica (e la psicoterapia) si occupa di valutare e trattare la sofferenza psicologica quando diventa un disturbo, un blocco significativo o un rischio per la salute. Può fare una valutazione, lavorare su sintomi e cause, usare strumenti e metodi terapeutici, e — quando serve — integrarsi con il medico.

Il coaching non fa diagnosi e non tratta patologie: è un percorso di allenamento e sviluppo orientato a obiettivi, risorse, consapevolezza e azione. Lavora sul presente e sul futuro, sul modo in cui ti muovi nella vita, sulle scelte, sui punti di forza e sulle strategie per attraversare i momenti difficili senza perderti.

In pratica: quando la tristezza è intensa, persistente e ti spegne, la cornice clinica è spesso la più adeguata. Il coaching può comunque essere un sostegno prezioso in parallelo (o in una fase successiva), per ricostruire direzione, abitudini di cura, fiducia e passi concreti.

Questa non è “allarmismo”: è cura della realtà.

La tristezza ha sempre un motivo (anche quando non lo vedi)

Sì: anche quando ti sembra “senza motivo”, la tristezza un motivo ce l’ha. Solo che non sempre è immediato, non sempre è razionale, e spesso non è un evento unico e chiaro.

A volte il motivo è una perdita che hai minimizzato. A volte è un bisogno rimandato. A volte è un sovraccarico che hai normalizzato. A volte è un confine che non stai proteggendo. A volte è un tempo di vita che chiede di cambiare ritmo.

Quindi non è che la tristezza arrivi dal nulla: arriva quando qualcosa dentro di te sta dicendo “così non ce la faccio più come prima”.

E poi c’è una cosa ancora più vera: quando vivi una relazione di cura (e questo, spesso, significa essere mamma), la tristezza raramente si presenta come una cosa “tua e basta”.

Arriva mentre stai facendo altro. Arriva mentre qualcuno ti chiama. Arriva mentre devi comunque essere presente, e magari anche gentile.

E allora succede questo: ti dici che non puoi permettertela, la metti da parte, stringi i denti… e poi, a fine giornata, ti ritrovi più vuota.

Qui non ti propongo un elenco infinito. Ti propongo tre scelte che, quando sei triste, fanno davvero la differenza. Scelte concrete, realistiche, ripetibili. Scelte da vita quotidiana e concreta.

3 cose che aiutano davvero quando sei triste

1) Radicamento: tornare al corpo per sentirti sostenuta

Quando sei triste, la mente vuole spiegazioni. Il corpo, invece, chiede una cosa più semplice: sostegno.

E il sostegno comincia da qui: tornare al presente. Non serve il bosco. Non serve “fare bene”. Basta un minuto ovunque tu sia.

Radicamento rapido (60–90 secondi, ovunque):

Piedi: senti i piedi. Premi leggermente a terra.

Contatto: nota tre appoggi (piedi, schiena, mani…).

Sguardo: trova 5 cose che vedi e nominale mentalmente.

Respiro: espira un po’ più lungo per 5 volte.

Frase di presenza: “Sento la mia tristezza e la accolgo.”

Questo non “risolve” la tristezza. Ma spesso fa una cosa fondamentale: la rende sostenibile.

Ti suggerisco un nuovo approccio, ispirato anche al LoveHealing (la pratica di guarigione interiore che ho studiato con Lucia Merico nel percorso di formazione come Spiritual Coach®): affidare con amore ciò che stai vivendo — non come rinuncia, ma come atto di fiducia consapevole nella guarigione e speranza nel futuro. 

In concreto: porti la situazione nel cuore, formuli un intento chiaro (cosa desideri guarire o comprendere), dai una direzione (il passo che scegli di fare), e poi la affidi all’Universo con la certezza interiore di ricevere guida e sostegno nel processo.

E mentre affidi, resti con i piedi per terra: respiri, ti radichi, e fai il tuo passo possibile — perché spiritualità e responsabilità, qui, camminano insieme.

2) Preparare l’ambiente: Montessori per adulti (e sopratutto per le mamme)

Quando sei triste, spesso non hai bisogno di “motivarti”. Hai bisogno di ridurre il troppo.

È un principio Montessori che vale anche per noi grandi: quando l’ambiente è sovraccarico, il sistema si chiude. E allora la cura può essere sorprendentemente concreta.

Scegli una sola azione essenziale che rimetta ordine e ossigeno:

aprire la finestra e cambiare aria

bere un bicchiere d’acqua e sederti 30 secondi

doccia tiepida (anche veloce)

riordinare un angolo (uno)

Non è “positività”. È igiene emotiva. È dire al tuo corpo: qui c’è spazio per me, anche oggi.

3) Dire cosa ti serve (senza sentirti egoista): CNV in versione mamma

Molte mamme soffrono in silenzio perché pensano che chiedere sia un peso. E così diventano brave a resistere… ma non a farsi sentire e sostenere.

La CNV, nella sua essenza, è questo: trasformare un nodo in una richiesta pulita.

Formula breve:

“In questo momento mi sento… (triste / fragile / stanca).”

“Ho bisogno di… (silenzio / vicinanza / 10 minuti da sola / un abbraccio).”

“Puoi… (occuparti tu di… / ascoltarmi senza consigli / prenderti i bimbi 15 minuti)?”

E se ti sembra “troppo”, parti da una frase sola:

“Oggi sono giù. Ho bisogno di sostegno.”

Non stai chiedendo la luna. Stai facendo la cosa più adulta che esista: prenderti sul serio.

3 cose che peggiorano tutto (e che fanno male soprattutto alle mamme)

1) Il giudizio: “non dovrei sentirmi così”

È la frase che raddoppia il dolore. Perché alla tristezza aggiunge la colpa.

Se oggi puoi fare una sola cosa: smetti di trattarti come un problema.

Oppure se contini a farlo, chiediti con coraggio "A quale scopo mi tratto come se fossi problema?"

2) La modalità “sorriso di servizio” (e isolamento emotivo)

Non parlo dello stare sole ogni tanto (che a volte salva). Parlo di quel silenzio in cui continui a fare tutto, ma dentro ti chiudi.

La tristezza, quando non trova parole, spesso trova vie più dure: irritazione, durezza, stanchezza che esplode.

Anche qui serve l’essenziale: una persona affidabile, una frase vera, un contatto buono.

Piangi, santo cielo, PIANGI. Che lavi via tutto. 

3) Anestetizzarti e rimuginare

Scroll infinito, cibo, lavoro compulsivo, serie in automatico… Non demonizzo: a volte è un tampone. Ma se diventa l’unico modo, la tristezza resta sotto e torna più pesante.

E il rimuginio è il fratello elegante dell’anestesia: sembra pensiero, ma spesso è solo una ruota che gira.

Un criterio semplice: se dopo 10 minuti di pensieri non nasce una azione di cura, non è riflessione. È loop.

Incazzati di brutto se serve, non fare finta di niente. Quando sei triste un motivo c'è sempre. 

Se oggi ti porti via una cosa sola

La tristezza non è il contrario della felicità. È un passaggio umano.

Allenare la felicità, nella vita reale, significa questo: imparare a non perderti quando arriva, e scegliere un gesto semplice che ti riporti a te.

Seconda parte (che scriverò più avanti)

In un prossimo articolo entrerò nella tristezza dentro la vita di famiglia: cosa succede quando la tristezza è della mamma, del papà, della coppia… e come questo diventa educazione alla felicità familiare nella relazione educativa quotidiana.

Perché i bambini non imparano da genitori perfetti. Imparano da adulti che sanno fermarsi, respirare, chiedere aiuto, e riparare.

Con stima e affetto

Santina, allenatrice di felicità. 

 

20/12/2025

Artigiani di felicità

Allenare la felicità: trovare il proprio modo

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Allenare la felicità: trovare il proprio modo

Introduzione

Il Natale e il nuovo anno arrivano sempre con una promessa implicita: “Da gennaio cambierà tutto”. Cambieremo noi. Le abitudini. L’energia. La direzione.

Eppure, paradossalmente, proprio il periodo che dovrebbe accompagnarci verso il riposo e il rallentamento diventa spesso una fonte di ulteriore stanchezza. Le vacanze si riempiono di impegni, aspettative, pranzi da organizzare, relazioni da gestire, valigie da preparare, agende da incastrare. Si corre anche quando si dovrebbe sostare.

Arriviamo a gennaio non più riposati, ma semplicemente scarichi. E da quella stanchezza chiediamo a noi stessi di cambiare tutto: di essere più puntuali, più magri, più performanti; di andare finalmente in palestra, di imparare a parlare inglese, di diventare la versione “migliore” di noi stessi nel minor tempo possibile.

Dove comincia l’autoinganno

È qui che nasce la frattura: non solo pretendiamo trasformazioni profonde da un corpo e da una mente che non hanno avuto il tempo di fermarsi davvero, ma iniziamo anche a raccontarci la classica storia dell’orso. Ci fissiamo obiettivi altisonanti, vaghi, quasi fantastici, frutto più di aspettative irrealistiche che di un reale ascolto di noi stessi. Obiettivi così lontani e illusori da permetterci, inconsciamente, di non metterli mai davvero a terra, accumulando poi tutte le scuse possibili per giustificare il fatto di non aver fatto ciò che ci eravamo detti.

Ed è proprio lì che, puntuale come le lucine sull’albero, compare la lista dei buoni propositi: fare di più, fare meglio, sistemare ciò che “non va”. Succede spesso nei momenti di stanchezza, magari la sera, sul divano, con la sensazione di dover recuperare terreno. Si scrive una lista veloce, mentale o su un foglio, senza partire da come stiamo davvero, ma da come pensiamo di dover essere. Più che uno strumento di orientamento, quella lista diventa così una risposta automatica al clima del periodo, lontana dall’ascolto autentico di sé e dalla realtà concreta della propria vita.

Poi le vacanze finiscono, rientriamo al lavoro, passa qualche settimana – a volte bastano pochi giorni – e quella spinta iniziale si affloscia. Subentrano confusione, indecisione, una “non voglia” che non è pigrizia ma disorientamento.

E spesso ci facciamo pure del male da soli: ci sentiamo sbagliati, incoerenti, incapaci di portare avanti ciò che abbiamo deciso. Arriva il senso di colpa e quella voce interiore che sussurra “è colpa mia”. È colpa mia se non sono abbastanza puntuale. È colpa mia se non riesco a fare quello che mi ero promessa. È il copione classico di quando mancano strumenti, metodo e accompagnamento, e l’unica spiegazione che ci diamo è che il problema siamo noi.

E qui voglio essere chiara: non è (quasi) mai un problema di volontà. È che stiamo provando a cambiare senza una struttura che ci accompagni, e allora l’automatismo vince facile. Per questo esiste il metodo Felici s’impara: per rendere il cambiamento concreto, sostenibile e finalmente nostro. Non per controllarci di più, ma per capirci meglio. Non per sacrificarci, ma per trovare un equilibrio vero tra corpo, mente e cuore.

In questo articolo ti porto dentro tre passaggi semplici ma profondi: fermarti davvero e osservarti senza giudizio, dare un nome alle paure cercando il senso, e ripartire dai tuoi punti di forza per costruire il tuo modo di cambiare. Perché i buoni propositi, da soli, non bastano. La felicità si allena.

I buoni propositi, da soli e senza un metodo, non funzionano

Perché senza un metodo non si va da nessuna parte

I buoni propositi, presi da soli, sono intenzioni. E le intenzioni, se pur molto potenti, a volte; se non sono sostenute da un metodo, restano fragili e non permettono un vero e proprio cambiamento. 

Senza un metodo accadono sempre le stesse cose:

  • si parte sull’onda dell’entusiasmo senza pianificare nulla
  • si salta l’osservazione di sé
  • si confonde l'esagerare con il cambiare
  • si interpreta la fatica come fallimento personale

Un metodo, invece, non serve a controllarsi di più, ma a capirsi meglio. Serve a leggere i segnali di stanchezza, di resistenza, di confusione non come nemici, ma come informazioni preziose. Certo che nel cambiamento ci stanno la fatica, la determinazione, la volontà: fanno parte del cammino. Quello che non funziona – e non funzionerà mai – è l’idea di sacrificio intesa come rinuncia alla felicità, come “stringere i denti oggi” sperando di stare bene domani. La felicità non è qualcosa da mettere in pausa per diventare persone migliori: ha a che fare con il piacere di ciò che facciamo, con ciò che nutre, sostiene e dà gusto alla vita mentre camminiamo, non alla fine del percorso.

Felici s’impara è un metodo educativo e di coaching che integra osservazione, ricerca di senso e allenamento dei punti di forza. Non promette cambiamenti rapidi, dall'oggi al domani, che a volte avvengono davvero, ma cambiamenti possibili, sostenibili e veri.

Solo quando esiste una struttura che accompagna, il cambiamento smette di essere un peso e diventa un cammino.

Fermarsi davvero: l’osservazione silenziosa (ispirazione Montessori)

Quando arriva l’apatia, quel senso di “non ho voglia di” che spesso dimettiamo in fretta come pigrizia o mancanza di carattere, il riflesso automatico è uno solo: spingerci.
“Dai, muoviti.”
“Devi solo iniziare.”
“È questione di disciplina.”

Ma l’apatia, molto spesso, non è assenza di volontà. È un segnale di sovraccarico. È il modo che il corpo e la mente hanno per dire: così no. Non è che non abbiamo voglia di fare nulla; è che non abbiamo più energia per fare cose che non sentiamo allineate, sensate, abitabili. L’apatia arriva quando abbiamo dato troppo, ascoltato poco e continuato a chiedere prestazioni anche nei momenti in cui sarebbe stato necessario fermarsi e ricalibrare.

Ma se quella stanchezza non fosse pigrizia? Se fosse invece un segnale chiaro che stai correndo verso qualcosa che non ti appartiene?

Maria Montessori ci ha insegnato una cosa fondamentale: l’osservazione non è passività, è presenza profonda. Osservare significa sospendere il giudizio e ascoltare davvero.

Sospendere il giudizio non significa non avere opinioni o punti di vista. Significa non trasformare subito ciò che osserviamo in una sentenza su di noi o sugli altri. Il giudizio chiude, etichetta, blocca: “sono fatta così”, “non ce la farò mai”, “sbaglio sempre”. Dare un’opinione, invece, è un atto diverso, più morbido e più onesto: descrive ciò che vedo in questo momento, senza decidere chi sono o chi sarò. Nell’osservazione autentica non mi condanno e non mi assolvo: mi ascolto. Ed è solo da questo ascolto, non dal giudizio, che può nascere un cambiamento reale.

Un esercizio semplice, reale

Durante le feste – a tavola, in un momento di calma – prova a:

accogliere i tuoi pensieri così come arrivano

osservare la tua indecisione senza etichettarla

restare qualche istante con ciò che senti, senza dover subito risolvere

Domande guida:

Cosa sento quando penso a gennaio?

Quali impegni mi tolgono energia ancora prima di iniziare?

Dove sento resistenza nel corpo?

Dare un nome alle paure e cercare il senso

Dietro l’indecisione, quasi sempre, c’è una paura. A volte ben nascosta: paura di fallire, di non essere costanti, di riuscirci davvero. Paure che raramente riconosciamo come tali, perché spesso si presentano sotto forma di blocco, di rimando, di confusione. Nel lavoro di coaching questo è un passaggio chiave: imparare a stare con la paura senza combatterla.

Con le tecniche di * Lovehealing* non si lavora contro la paura, ma con la paura. La si accoglie, la si ascolta, la si attraversa con gentilezza. Perché ogni paura custodisce un bisogno non visto, una parte di noi che chiede attenzione e cura, non giudizio.

Qui entra in gioco anche il lavoro sulla nostra ombra. L’ombra non è ciò che è sbagliato in noi, ma ciò che abbiamo imparato a nascondere perché non era accettato, riconosciuto o valorizzato. Quando un obiettivo tocca una parte d’ombra – per esempio il timore di non essere abbastanza, di esporsi, di cambiare davvero – l’energia si blocca. Non per debolezza, ma per protezione.

Leggere l’ombra significa portare luce dove prima c’era silenzio. Significa smettere di chiedersi solo “cosa devo fare?” e iniziare a domandarsi “quale parte di me ha paura, e di cosa ha bisogno ora?”. È da questo incontro, non dalla forzatura, che può nascere un cambiamento che abbia senso e radici profonde.

La domanda da porsi non è: “Cosa devo fare?” ma “A quale scopo lo voglio fare?”

Se un obiettivo nasce per sentirsi all’altezza, per non deludere, per rispondere a uno standard esterno o a un’immagine ideale di come dovremmo essere, l’energia dura poco. All’inizio può esserci entusiasmo, persino motivazione, ma è un’energia che si brucia il fretta come i colpi di fulmine, fragile, che si consuma veloce perché non è radicata nella persona, non ci sono fondamenta di valore, ma sono radicate solo nel giudizio – reale o immaginato – degli altri.

Quando invece un obiettivo nasce dal senso e dal significato concreto e quotidiano del nostro vivere, tutto cambia. Nasce da una domanda più profonda: perché questo è importante per me? Che valore ha nella mia vita? Che tipo di persona mi permette di diventare, senza tradirmi? Un obiettivo che nasce dal senso non ha bisogno di essere spinto ogni giorno con la forza: trova nutrimento nella coerenza, nel significato, nel piacere di sentire che ciò che faccio mi assomiglia, mi dà gioia e gratificazione. Ed è proprio da qui che il cambiamento smette di essere una lotta e diventa un cammino possibile.

Un esempio natalizio

Pensa ai regali: li facciamo per abitudine, per dovere, per non scontentare qualcuno, oppure per un desiderio autentico di creare connessione? Esteriormente l’azione è la stessa: compriamo, incartiamo, consegniamo. Ma interiormente cambia tutto. Quando il gesto nasce dall’obbligo, pesa, stanca, spesso irrita. Quando invece nasce dal desiderio di far sentire l’altro visto, riconosciuto, amato, quello stesso gesto diventa nutriente, persino rigenerante.

Succede esattamente la stessa cosa con i nostri obiettivi. Possiamo “fare la cosa giusta” per dovere, per paura di sbagliare o di deludere, oppure possiamo farla perché è allineata a ciò che conta davvero per noi. Il comportamento può sembrare identico dall’esterno, ma l’energia con cui lo viviamo cambia radicalmente. Ed è proprio questa differenza di senso che determina se un impegno diventerà un peso da abbandonare o un cammino che riusciamo a sostenere nel tempo.

La tanto citata legge dell’attrazione può essere letta anche così: non otteniamo ciò che desideriamo, ma ciò che siamo pronti a incarnare. A livello profondo, ciò che coltiviamo dentro di noi prende forma anche fuori. Se il nostro “dentro” è povero di vitalità autentica e sostenuto solo da una finta esuberanza o da buone intenzioni non radicate, il “fuori” non potrà che rimandarci la stessa qualità. Il cambiamento reale inizia quando smettiamo di voler attrarre qualcosa e iniziamo a prenderci cura di ciò che abita dentro di noi. 

Ripartire dai punti di forza

La maggior parte dei buoni propositi nasce da una mancanza percepita. Partiamo da ciò che crediamo di non avere, di non essere, di dover correggere. Ma è proprio questo sguardo che genera malessere. L’autorealizzazione e l’autogoverno personale non nascono dal tentativo continuo di aggiustarsi, ma dal riconoscimento consapevole di ciò che già vive in noi come potenzialità. Conoscere i propri punti di forza significa sapere da dove partire, come orientarsi, come governare le proprie energie senza disperderle. È nel disconoscimento dei nostri punti di forza che spesso nasce il malessere: quando cerchiamo di essere ciò che non siamo, o di crescere secondo modelli che non ci appartengono. Non ricordo chi lo scrisse, ma ricordo bene le parole e il senso: se siamo un pino non diventeremo mai una quercia, ma possiamo diventare il più bel pino del bosco. E questo vale anche per noi che piante non siamo: non si tratta di cambiare natura, ma di fiorire pienamente nella propria.

Ecco cosa significa, per parti alcuni esempi, nella pratica, ripartire dai punti di forza:

se voglio mantenermi in forma ma so che la palestra non fa per me, perché gli spazi chiusi mi spengono e non mi piacciono, smetto di forzarmi. E scelgo quello che mi viene naturale: camminare di buon passo ogni giorno, all’aria aperta, magari nel bosco. In questo caso il mio punto di forza non è la palestra, e nemmeno il culto del corpo. Il punto di forza è trovare un equilibrio tra corpo, mente e cuore. È questo valore che mi sostiene e mi motiva a prendermi cura di me ogni giorno, rendendo possibile e naturale l’impegno della camminata quotidiana nella natura.

se desidero essere più calma e paziente, ma mi accorgo che impormi tecniche rigide o momenti di meditazione “perfetti” mi crea solo altra pressione, posso partire da ciò che già mi aiuta davvero. Per esempio: mettere ordine, fare una cosa alla volta, ritagliarmi dieci minuti di silenzio mentre sistemo casa. Qui il mio punto di forza non è la disciplina impeccabile, ma la capacità di ritrovare serenità attraverso gesti semplici e concreti.

se desidero sentirmi più realizzata nel lavoro, ma obiettivi rigidi e scadenze serrate mi mettono ansia, non devo per forza adattarmi a quel modello. Posso cercare il mio modo di lavorare: seguire una cosa alla volta, curare bene le relazioni, portare avanti i progetti con attenzione e presenza. In questo caso il mio punto di forza non è correre di più, ma trovare un modo di lavorare che mi assomigli e che mi permetta di stare bene mentre faccio ciò che faccio.

Questo cambio di sguardo alleggerisce subito il cammino, perché non parte dalla correzione di sé, ma dal riconoscimento delle proprie risorse.

Felici s’impara ribalta la prospettiva: parte dai punti di forza. Quando una persona utilizza ciò che già funziona in lei, l’azione diventa sostenibile.

Trovare il proprio modo

Se c’è un filo che tiene insieme tutto ciò che abbiamo attraversato, è questo: non serve diventare qualcun altro per stare meglio. Serve trovare il proprio modo.

I buoni propositi falliscono non perché siamo incapaci o poco determinati, ma perché spesso nascono da aspettative esterne, da modelli che non ci somigliano, da un’idea di cambiamento fatta di sacrificio e prestazione. Quando invece impariamo a fermarci, ad ascoltarci, a dare un nome alle paure e a ripartire dai nostri punti di forza, il cambiamento smette di essere una lotta.

Con Felici s’impara non si tratta di fare di più, ma di fare in modo più vero. Di scegliere strade abitabili, che tengano insieme corpo, mente e cuore. Di allenare la felicità non come meta lontana, ma come criterio quotidiano delle nostre scelte.

Un nuovo anno, allora, non è l’occasione per rifarsi da capo, ma per tornare a sé. Per smettere di rincorrere ideali irraggiungibili e iniziare a camminare – ciascuno a modo suo – nella direzione che gli assomiglia davvero.

25/11/2025

Artigiani di felicità

Augurandovi un Magico Natale 2025

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Un allenamento quotidiano per la Tua Vita felice e in salute: il collegamento indissolubile tra Salute, Felicità e il cambiamento.

A cura di Santina Bossini, Allenatrice di Felicità, ed Elena Cherubini, Coach Riflessologa ed Esperta di Medicina Cinese.

Siamo liete di presentarvi il nostro progetto: il Calendario dell’Avvento dell’Autenticità, un percorso unico che fonde la pragmaticità del Coaching Umanistico con la saggezza olistica della Medicina Tradizionale Cinese (MTC).

La felicità non è una meta lontana o una benedizione casuale; è una vera e propria abilità che si può imparare e allenare. Proprio come un muscolo, se non allenata, si atrofizza, ma con la pratica costante, cambia la nostra "postura della vita".

Il Vostro Benessere: Un’Unica Manifestazione di Energia (Qi)

Per troppo tempo abbiamo diviso il corpo dalla mente e dalle emozioni. La Medicina Tradizionale Cinese ci insegna, invece, che mente, corpo ed emozioni sono un'unica manifestazione del Qi (energia vitale). Non c'è distinzione tra psiche e soma: entrambi sono espressione della medesima realtà.

In questa visione olistica, la salute (e quindi la vera felicità) è sinonimo di Equilibrio. Quando il Qi fluisce liberamente, siamo in armonia (omeostasi); quando quest'energia si blocca, o è in disequilibrio, compaiono malesseri e malattie.

Un Esempio Quotidiano di Blocco Energetico: Pensate a quando siete sopraffatte dall’ossessività o dalla preoccupazione. Questo stato fa male all'energia della Milza-Pancreas (Elemento Terra). I sintomi non sono solo mentali; possono manifestarsi con stanchezza, senso di pesantezza, pancia gonfia, o la testa "annebbiata". Il nostro calendario unisce questi due mondi, mostrando come un'azione mirata (fisica o mentale) influenzi l'intero sistema.

L’Allenamento al Cambiamento: La Volontà che Diventa Azione

Il cambiamento non avviene solo "volendo". La volontà è un inizio, ma senza un allenamento concreto e quotidiano si esaurisce. Per noi, il coaching è l'Allenamento della Felicità e delle potenzialità.

Il nucleo del nostro approccio è il concetto di Darsi Da Fare (DDF) intenzionale. Non si tratta di sforzo frenetico, ma di piccole scelte quotidiane, coerenti e consapevoli. È la disciplina come forma di libertà, che nasce dal desiderio profondo di scegliere ciò che ci fa bene e ci rende autentiche.

Il desiderio di cambiare parte dalla Volontà, la radice della vita. In MTC, questa spinta esistenziale risiede nell'Elemento Acqua (Reni). Se non decidiamo dove vogliamo andare, la nostra energia potenziale resta inutilizzata. Allenarsi alla felicità significa attivare proprio questa spinta interiore, trasformando il sogno in un percorso fatto di piccoli passi.

Il Calendario: 24 Giorni di Micro-Azioni Consapevoli

Il "Calendario dell'Avvento della Salute e della Felicità" è concepito come una vera e propria palestra di crescita personale. Per 24 giorni, vi offriamo uno strumento per l'allenamento quotidiano.

Ogni giorno è dedicato all'attivazione di una specifica Potenzialità del Carattere (come la Gratitudine, il Coraggio o la Perseveranza), correlata a un Organo MTC e alla sua funzione energetica. Riceverete tre elementi di pratica:

L’Ispirazione (Potenzialità): Il punto di forza da allenare quel giorno (es. Perseveranza).

L'Allenamento (Pratica DDF): Un compito specifico.

Il Corpo (MTC): Un'azione fisica collegata all'Organo.

Esempi Concreti di Allenamento Corpo-Mente:

Allenare la Gratitudine (Elemento Metallo/Polmoni):

La Gratitudine non è solo un sentimento, ma una potenzialità che modifica la chimica del nostro corpo, producendo oppioidi e ossitocina (il neuropeptide della fiducia e della connessione).

Il DDF intenzionale è scrivere almeno tre cose per cui si è grati. Questo allenamento costante induce modifiche neurologiche stabili nel cervello, ampliando il senso di benessere.

Allenare il Coraggio (Elemento Legno/Cistifellea):

Il coraggio è necessario per agire nonostante la paura. La Cistifellea in MTC è correlata alla capacità di prendere decisioni e bilanciare l'indecisione.

Il DDF legato al Corpo può essere l'esecuzione di allungamenti laterali utili per sbloccare il meridiano e rilassare le spalle, spesso irrigidite dalla rabbia o dalla frustrazione.

Attraverso i Cinque Movimenti della MTC (Acqua, Legno, Fuoco, Terra, Metallo), il calendario vi guida ciclicamente per assicurare che corpo, mente e spirito lavorino insieme, passo dopo passo, verso il vostro massimo potenziale.

Vi invitiamo a non limitarvi alla teoria, ma ad agire concretamente. Questo allenamento consapevole è il primo atto di cura verso sé stessi, l'occasione per risvegliare la vostra parte autentica che aspetta solo di essere vissuta.

Non devi inventarti. Devi solo ricordarti chi sei.. Inizia oggi il tuo Darsi Da Fare per la tua salute e felicità.

Con stima e gratitudine, Santina Bossini e Elena Cherubini.

 

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05/02/2026

Educare alla felicità è un lavoro (ed è il più importante): perché ti aspetto ai Martedì Lab

05/02/2026

Educare alla felicità è un lavoro (ed è il più importante): perché ti aspetto ai Martedì Lab

Educare alla felicità è un lavoro (ed è il più importante): perché ti aspetto ai Martedì Lab

Ti è mai capitato, dopo l’ennesimo capriccio o dopo aver ripetuto la stessa cosa per la decima volta con una pazienza che ormai è solo un ricordo, di sentirti completamente svuotata? Quella sensazione di essere "sempre un passo indietro", insoddisfatta nonostante tutto l’amore che ci metti.

In quegli istanti, la tentazione è quella di pensare che la felicità sia un lusso per pochi o che, semplicemente, tu non sia la madre "abbastanza brava" che vorresti essere.

Ma lasciati dire una cosa con la schiettezza che mi appartiene: non ti manca l'amore. E non sei tu il problema. Spesso, quello che manca è solo lo spazio per respirare e gli strumenti giusti per guardare ciò che già c’è.

La felicità è un muscolo che si allena

Nei miei ebook scrivo spesso che "educare è lavorare per la felicità di tutti". Ma questo lavoro, che è il più importante del mondo, non ha una busta paga e nessuno ci insegna come farlo senza esaurire le energie.

Spesso ci concentriamo solo su quello che non va: il capriccio, l'errore, la nostra stanchezza. Ma il mio approccio — che unisce il metodo Montessori al Coaching Umanistico e Spirituale — punta a ribaltare questa visione. La felicità si allena partendo da quello che funziona, dai tuoi punti di forza e da quelli del tuo bambino.

Difficoltà concrete, risposte quotidiane

I Martedì Lab nascono proprio per rispondere a quei momenti in cui la teoria dei libri sembra lontanissima dalla realtà del tuo salotto. In studio a Gardone Val Trompia lavoreremo su situazioni che vivi ogni giorno:

  • "Mio figlio non mi ascolta mai": Impareremo la potenza dell'osservazione Montessori. Spesso il comportamento del bambino è un messaggio. Impareremo a leggere quel messaggio per rispondere al bisogno reale, invece di reagire solo al rumore.
  • "Mi sento in colpa perché perdo la calma": Lavoreremo sull'ambiente interiore. Non serve essere perfette, serve essere presenti. Ti insegnerò come la cura di te stessa e del tuo equilibrio sia il primo regalo che fai ai tuoi figli.
  • "Non so più chi sono oltre al mio ruolo di mamma": Attraverso le domande del coaching spirituale, andremo a ritrovare il tuo "perché". Quale impronta vuoi lasciare? Chi sei veramente?

Perché partecipare a questi laboratori?

Non saranno lezioni frontali dove io parlo e tu prendi appunti. Sarà un laboratorio vero.

Concretezza: Dopo ogni incontro riceverai una scheda di lavoro pratica, una pagina semplice per allenare nella tua quotidianità quello che abbiamo visto insieme.

Senza recite: Qui non serve apparire. È uno spazio dove puoi posare il peso del perfezionismo e sentirti accolta, capendo che "nessuno educa da solo".

La forza della scelta: Anche quando le cose vanno "male male", hai il potere di decidere come interpretare quello che accade. I laboratori ti servono a ritrovare questa lucidità.

Ti aspetto per fare il primo passo

I posti sono pochi perché voglio poterti guardare negli occhi e accompagnarti davvero. Le iscrizioni per i laboratori che inizieranno il 10 marzo chiudono sabato 7 marzo. Il webinar dedicato alla presentazione dei Martedi Lab sarà lunedì sera 2 marzo alle ore 20,30. 

Non è un manuale di regole rigide, è un viaggio trasformativo che inizia da te. Perché, come dico sempre, i nostri figli imparano la felicità semplicemente guardandoci vivere mentre la scegliamo.

Scegli di esserci. Ti aspetto in studio.

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24/01/2026

Separazione e senso di colpa: perché non è un fallimento ma un nuovo inizio

24/01/2026

Separazione e senso di colpa: perché non è un fallimento ma un nuovo inizio

Separazione e senso di colpa: perché non è un fallimento ma un nuovo inizio

Come passare dal senso di colpa al ricordo di te, un passo alla volta (per mamme separate)

Ti capita mai di sentirti come un’equilibrista su un filo sottile, sospesa nel vuoto senza rete di protezione?

Cammini cercando di tenere tutto insieme:
i figli,
il lavoro,
la casa che improvvisamente sembra troppo grande o troppo vuota,
i conti che devono tornare.

E mentre fai attenzione a non cadere, una voce dentro di te continua a ripetere:

“Hai fallito.
Hai rotto la famiglia.
È colpa tua.”

Se stai leggendo queste righe, so che conosci bene quella voce.
È una nebbia silenziosa che accompagna molte donne dopo una separazione.
Soprattutto le madri.

La società ci chiama famiglie monoparentali.
Le statistiche dicono che siamo sempre di più e che corriamo il doppio degli altri.

Ma dietro i numeri c’è altro:
c’è il cuore che trema,
c’è la paura del giudizio dei figli,
c’è la fatica fisica ed emotiva di dover essere madre e padre insieme.

Separazione e senso di colpa: perché quello che provi è normale

Voglio dirti una cosa con chiarezza, senza girarci intorno:

quello che stai vivendo non è una debolezza.

La psicologia lo spiega bene:
la separazione non è solo un atto burocratico, è un vero e proprio lutto.

È la perdita di un progetto di vita.
È il crollo di un “noi” che avevi immaginato stabile.
E come ogni lutto, ha bisogno di tempo per essere attraversato.

Il problema non è la separazione in sé.
Il problema nasce quando restiamo bloccate nel senso di colpa o nella resistenza, cercando di rimediare a tutti i costi.

Quando il senso di colpa diventa una trappola

Molte mamme separate cercano inconsapevolmente di “farsi perdonare”.

Come?
Diventando madri perfette.
Correndo di più.
Riempendo ogni vuoto.
Sacrificandosi ancora.

Ma questo meccanismo ha un prezzo altissimo.

Il risultato, spesso, è il burnout:
stanchezza cronica,
assenza di gioia,
sensazione di svuotamento.

Ci raccontiamo che lo facciamo per il bene dei figli.
Ma la verità è più scomoda:

nessun bambino può stare bene se la sua mamma è spenta.

Separazione non è fallimento: lo sguardo Montessori sugli errori

E se la separazione non fosse un errore da cancellare,
ma un dato di realtà da cui ripartire?

Nel mio lavoro di Family Coach Montessori, applico il Metodo Montessori anche agli adulti.
Maria Montessori ci ha lasciato un insegnamento potentissimo:

L’errore non è un fallimento morale.
È un alleato.

Lei lo chiamava “Il Signor Errore”.
Un amico che ci indica che quella strada non funzionava più e che è tempo di calibrarne una nuova.

Non si tratta di colpevolizzarsi.
Si tratta di assumersi una responsabilità creativa.

Ricominciare dopo una separazione: dall’ordine esterno a quello interno

Immagina di poter organizzare la tua casa e la tua vita non per sopravvivere,
ma per sostenerti davvero.

Un ambiente che alleggerisce invece di appesantire.
Un ordine esterno che aiuta a fare ordine dentro.

Questo è uno dei pilastri del Metodo Montessori:
l’ambiente non è neutro, educa.

Vale per i bambini.
E vale anche per noi adulti.

La felicità non è fortuna: è una competenza

Qui voglio essere molto chiara.

La felicità non è qualcosa che capita ad alcune e ad altre no.
Non è una dote innata.
Non è un premio per chi ha fatto tutto “bene”.

La felicità è una competenza.
Un muscolo che si può allenare.

Anche — e soprattutto — quando la vita cambia forma.

Non devi inventarti una nuova versione di te.
Devi solo ricordarti chi sei, togliendo la polvere della stanchezza e della paura.

Una guida pratica per mamme che ricominciano

Se stai vivendo una separazione e senti addosso un senso di colpa che non ti lascia tregua, sappi questo:
non sei sola.

Per aiutarti a fare il primo passo fuori dalla nebbia, ho scritto una guida pratica e concreta, pensata proprio per mamme che stanno ricominciando.

Si intitola:

“Equilibriste Felici – Guida di sopravvivenza per mamme che ricominciano”

Dentro troverai strumenti utilizzabili subito, non teoria astratta:

Come usare l’Osservazione Silenziosa per spegnere i sensi di colpa.

Come organizzare la casa “alla Montessori” per dimezzare la fatica quotidiana.

Una bussola pratica sui diritti economici, perché anche la sicurezza materiale fa parte della serenità.

Un invito personale

Non voglio che questa guida sia solo un altro file dimenticato sul computer.
Voglio che sia l’inizio di un dialogo.

Per questo ho scelto di non mettere un link automatico.

�� Scrivimi su WhatsApp al 338 717 9684
Scrivimi semplicemente:
“Ciao Santina, vorrei la guida Equilibriste”

Te la invierò personalmente e, se vorrai, sarò felice di sapere cosa ti ha smosso.

Non aspettare di sentirti pronta o perfetta.
Il momento giusto per ricominciare è adesso.

Ti aspetto,
Santina ��

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25/11/2025

“Essere Normali: quando il corpo parla, e cosa ci sta davvero dicendo”

25/11/2025

“Essere Normali: quando il corpo parla, e cosa ci sta davvero dicendo”

“Essere Normali: quando il corpo parla, e cosa ci sta davvero dicendo”

Ci sono giorni in cui il corpo sembra avere più voce di noi.
Una tensione che non passa, un mal di testa che torna, una stanchezza che non capiamo… e dentro un pensiero silenzioso: “Ma è normale sentirmi così?”

È una domanda che ricevo spesso, soprattutto dalle donne con cui lavoro ogni giorno.
E la verità è che “normale” non significa universale. Non significa uguale per tutte.
Siamo parte della stessa specie, sì… ma ognuna di noi vive il corpo con una storia diversa, con emozioni diverse, con un modo tutto suo di tenere e lasciare andare.

Per questo ho chiesto a Elena — che da anni ascolta i corpi delle persone prima ancora delle loro parole — di raccontare che cosa significa davvero essere “normali” e perché i sintomi che ci disturbano non sono mai solo sintomi.

Il suo articolo è una immersione nel corpo che parla, nella sua intelligenza, e in quella parte di noi che spesso ignoriamo finché non inizia a bussare più forte.

Qui sotto trovi le sue parole.
Leggile con calma, come se stessi ascoltando una parte di te che forse hai trascurato.

Siamo tutti parte della stessa specie e, come tali, condividiamo una struttura fisica, organica e fisiologica incredibilmente simile. Il nostro scheletro, composto da 206 ossa, ne è l'esempio lampante: le ossa del cranio, della colonna vertebrale, delle costole, delle braccia e delle gambe sono tutte disposte nello stesso modo e svolgono le stesse funzioni fondamentali. Anche le articolazioni, come le ginocchia, i gomiti e le anche, hanno una struttura e una funzione simile in tutti gli individui.

La struttura e la funzione dei nostri organi vitali e dei nostri sistemi fisiologici, come il sistema circolatorio, il sistema respiratorio, il sistema nervoso e il sistema digestivo, funzionano in modo molto simile in tutti gli esseri umani. Il cuore pompa sangue ricco di ossigeno ai tessuti, i polmoni scambiano ossigeno e anidride carbonica, il cervello processa informazioni e coordina le funzioni corporee, e il sistema digestivo scompone il cibo in nutrienti essenziali. Queste funzioni fondamentali sono condivise da tutti gli esseri umani, indipendentemente dalle differenze individuali.

Tuttavia, nonostante questa sorprendente uniformità, ci sono molti fattori che contribuiscono a rendere ogni individuo unico e diverso dagli altri. Le differenze esteriori, come il colore della pelle, la forma degli occhi, la statura e il peso, sono segni evidenti delle nostre peculiarità individuali e diventano caratteristiche importanti per la nostra identità.

Ma è soprattutto l'aspetto emotivo, psicologico e sociale a rendere ogni essere umano profondamente diverso dall'altro. La personalità, il temperamento, l'ambiente in cui cresciamo, le esperienze di vita, le credenze e le convinzioni influenzano il modo in cui percepiamo il mondo, interagiamo con gli altri e affrontiamo le sfide della vita.

Oggi ci chiediamo spesso cosa sia "normale" e cosa no, confrontando il nostro corpo, le nostre idee e i nostri comportamenti con quelli degli altri. Ma il concetto di normalità può essere fuorviante: i corpi umani sono incredibilmente simili eppure diversi tra loro.

I corpi umani sono progettati per funzionare in modo efficiente e adattarsi alle esigenze individuali per questo è fondamentale conoscere e rispettare le proprie inclinazioni naturali, i propri punti di forza e le proprie esigenze per mantenere l'integrità fisiologica e far sì che i processi biochimici dell'organismo continuino a lavorare in maniera sana ed equilibrata.

Quando siamo in sintonia con le nostre attitudini e i nostri valori, il corpo risponde con maggiore equilibrio, riducendo lo stress e favorendo il benessere generale.

Accettare e rispettare le differenze individuali, e restare fedeli a ciò che ci rende unici, è la chiave per mantenere un equilibrio salutare e felice.

Ma cosa accade quando ignoriamo questa verità interiore?

Il corpo spesso ci manda segnali d'allarme.

Prendi il mal di testa, ad esempio: un sintomo molto comune che può essere il riflesso di un disagio più profondo.

Il mal di testa è un disturbo comune e generalmente non grave, che può però creare notevoli disagi nella vita quotidiana.

L’emicrania si è classificata al 3° posto tra le cause di disabilità in uomini e donne con meno di 50 anni.

Se si considerano tutti i tipi, i sottotipi e le varianti meno frequenti, la medicina tradizionale arriva a contare oltre 150 forme di cefalea (mal di testa) che si differenziano per cause e fattori scatenanti, tipo di dolore e sintomi di contorno, modalità di insorgenza, zona o zone del capo in cui si localizza, durata e frequenza degli attacchi.

Di fronte ad alcuni tipi di mal di testa è importante rivolgersi al medico di famiglia per avere indicazioni corrette su come affrontarli in modo sicuro ed efficace.

Che si tratti di cefalea a grappolo oppure tensiva, che il dolore arrivi in sede frontale oppure occipitale, che sia psicogeno, a predisposizione genetica o di matrice ormonale, il mal di testa esprime sempre anche qualcosa di esistenziale e di importante.

Rivela la presenza di un vissuto interiore cui la persona non dà spazio, perché non può, non riesce o non sa che esiste. Un vissuto costituito da un qualcosa di importante che chiede di essere risolto o da una carica che ha assoluto bisogno di essere espressa ma non ci riesce. O che ci riesce male, come quando invece di parlare ed esprimerti liberamente mugugni e non sbotti oppure sbotti con le persone o le parole “sbagliate”.

Anche la scienza ha confermato che il corpo è sede della mente e che i sintomi fisici sono campanelli che richiamano l’attenzione sulle nostre emozioni.

Potremmo quindi dire che ciascun segnale del corpo è di origine psico-emotiva.

Riconoscere e rispettare le nostre unicità, ascoltare i segnali che il corpo ci manda e esprimere i nostri pensieri e sentimenti sono passaggi fondamentali per mantenere un equilibrio salutare e felice sia nel corpo che nella mente che nelle relazioni.

Se quello che hai letto ti ha risuonato anche solo un po’, sappi che il tuo corpo non ti sta “disturbando”: ti sta guidando.
E imparare ad ascoltarlo è un vero atto d’amore verso te stessa.

Ogni venerdì io ed Elena portiamo avanti questo lavoro con serietà, cura e tanta esperienza: aiutiamo le persone a leggere i segnali del corpo, a riconoscere le emozioni che li muovono e a ritrovare un equilibrio che sia davvero loro.

Qui sul mio sito trovi tutti gli approfondimenti già pubblicati e quelli che usciranno nelle prossime settimane, tutti i venerdì sui nostri social.

E se senti che è il momento di un passo in più, puoi scriverci direttamente su WhatsApp: insieme possiamo capire da dove partire, con rispetto dei tuoi tempi e delle tue necessità.

La felicità s’impara facendola, non parlandone.
Santina Bossini – Elena Cherubini

 

 

 

 

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12/11/2025

 IL CORPO PARLA: cosa vuol dire ascoltare i segnali del nostro corpo

12/11/2025

 IL CORPO PARLA: cosa vuol dire ascoltare i segnali del nostro corpo

(Rubrica: Il Corpo Parla – di Elena Cherubini in collaborazione con me)

Vi presento Elena: è una mia cara e stimata collega coach, riflessologa, fisioteraprista ed esperta di medicina cinese. Con la sua professionalità, competenza, e profonda conoscenza del corpo umano e delle emozioni, ci accompagna nella conquista di una consapevolezza concreta, che si fa strumento quotidiano per una vita in salute e felice. 

IL CORPO PARLA: cosa vuol dire ascoltare i segnali del nostro corpo

L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la salute come “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non semplicemente l’assenza di malattia o infermità”.

Una definizione che dovrebbe farci riflettere: non basta che il corpo “funzioni” per dire di stare bene.
La salute non è solo assenza di dolore o di sintomi, ma equilibrio tra corpo, mente e relazioni.

Il nostro corpo ci parla continuamente.
Lo fa con la sua voce antica e precisa: quella dei segnali, delle tensioni, delle stanchezze, dei piccoli dolori, delle emozioni trattenute.
Ogni giorno ci manda messaggi che provano a dirci dove stiamo andando fuori rotta, o dove ci stiamo trascurando.
Il problema è che non ci hanno mai insegnato a capirne la lingua.

Ti sarà capitato, da bambino, di avere mal di pancia prima di andare a scuola.
Ti avranno chiesto: “Quanto cioccolato hai mangiato?”.
Ma, spesso, non era il cioccolato.
Era paura. Bisogno di sicurezza, di protezione, di restare un po’ nel nido caldo della casa.

Il corpo è il nostro primo linguaggio, ma da adulti lo trattiamo come un mezzo: lo forziamo, lo giudichiamo, lo spingiamo sempre “oltre”.
Eppure lui non mente mai: quando parla, è perché ha bisogno di essere ascoltato.

Ascoltare il corpo significa fermarsi, respirare e riconoscere la sua presenza.
Significa accorgersi che siamo vivi e che ogni respiro, ogni battito, è un messaggio di cooperazione tra corpo e mente.
Un piccolo esercizio quotidiano può essere già un inizio:

Concediti 5 minuti al giorno solo per te.
Siediti comoda, o resta in piedi con i piedi ben radicati a terra.
Respira.
Senti l’aria che entra e che esce.
Riconosci il movimento dei muscoli, del diaframma, del petto.

È nel momento in cui riconosci che esisti che il corpo inizia a parlarti.
E se lo ascolti davvero, inizia anche a raccontarti come stai: fisicamente, emotivamente, spiritualmente.

Perché ogni volta che avvertiamo una sofferenza fisica, possiamo essere certi che c’è anche una sofferenza emotiva o mentale che chiede spazio.
C’è una parte di noi — una potenzialità, come direbbe il coaching umanistico — che non stiamo allenando o che stiamo sovraccaricando.

Nel mio lavoro di fisioterapista ho incontrato molte persone che, pur provando dolore, continuavano a ignorare i segnali del corpo.
“Devo finire quel progetto”, “Devo occuparmi dei miei figli”, “Non posso fermarmi ora”.
E così, giorno dopo giorno, la stanchezza diventava abitudine.
Ma trascurarsi è un modo di dimenticare di esistere.

Prendersi cura di sé, invece, significa riconoscere il valore del corpo come alleato e non come strumento.
È attraverso il corpo che viviamo, amiamo, lavoriamo, abbracciamo, creiamo.
È lui che ci porta nel mondo e che ci avvisa quando qualcosa dentro o intorno a noi non è più in equilibrio.

Grazie alla collaborazione con Santina ho imparato che le potenzialità sono 24, 24 risorse che ciascuno di noi possiede per orientare la propria vita in modo consapevole, equilibrato e felice.
Allenarle significa imparare a conoscersi, a capire quali parti di noi stiamo trascurando e come riportare armonia tra corpo, mente e spirito.

Non basta un corpo sano per essere felici.
Non basta una mente lucida.
Non bastano relazioni positive.
Serve equilibrio tra tutte e tre.
Serve presenza.
Serve consapevolezza.

E serve ascolto.
Perché i segnali del corpo hanno sempre un unico scopo: ricordarci come vivere meglio, con più autenticità, salute e felicità.

�� Felici s’Impara, anche imparando a stare in ascolto di sé — con il corpo, con il cuore e con la vita.

Elena Cherubini e Santina Bossini

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