quando un figlio non sta bene ma non sa dirlo
24/04/2025 Blog

Quando un figlio “non sta bene” ma non sa dirlo

Imparare ad ascoltare le richieste di aiuto emotivo dei nostri bambini (e di noi stessi)

Nessuno cresce da solo

Essere genitori, oggi più che mai, è un’avventura che mette alla prova il cuore, la mente, la pazienza.
È una sfida che spesso si vive nella solitudine delle proprie stanze, tra il desiderio di fare del proprio meglio e il senso di inadeguatezza che arriva quando le cose non vanno come vorremmo.

C’è un punto però da cui partire sempre, ed è questo:
nessuno cresce da solo. Né i bambini, né noi adulti. Crescere è una questione di relazioni, di sguardi, di ascolto, di presenza. È una strada che si percorre insieme.

E allora, quando ci troviamo a chiederci “Perché mio figlio si comporta così?”, “Cosa posso fare per aiutarlo?”, forse la domanda più profonda che possiamo porci è:
“Sto riuscendo a vedere davvero ciò che mio figlio mi sta dicendo, anche quando non trova le parole per farlo?”

Questo articolo vuole essere una carezza e uno strumento: un piccolo compagno di viaggio per tutte le mamme, per tutti i papà, per tutte le famiglie che ogni giorno si mettono in gioco nell’educare e nel crescere insieme.

Quando i bambini ci chiedono aiuto… senza saperlo dire

Spesso, quello che leggiamo come “capricci”, “opposizione”, “provocazione” è in realtà una forma primitiva, a volte disperata, di esprimere un bisogno emotivo profondo. Una richiesta di aiuto.

I segnali che ci stanno dicendo: “Aiutami, sto facendo fatica” possono essere tanti, tra cui:

Rabbia esplosiva e crisi di pianto senza motivo apparente

Comportamenti regressivi (pipì a letto, linguaggio da più piccolo)

Chiusura nel silenzio o nel ritiro sociale

Frasi come “Non ce la faccio”, “Sono cattivo”, “Nessuno mi vuole bene”

Paure improvvise, attaccamento eccessivo, ansia da separazione

Disturbi fisici senza cause mediche (mal di pancia, mal di testa…)

Calo nel rendimento scolastico, difficoltà di concentrazione

Questi segnali sono il modo in cui i bambini ci chiedono di fermarci, di guardarli, di ascoltarli davvero.
Non sono esagerazioni. Non sono solo fasi. Sono richieste di aiuto.

E il primo passo per poterli accompagnare è allenare la nostra capacità di osservare e di ascoltare.
Quella stessa osservazione che Maria Montessori ci invita a coltivare ogni giorno, non per controllare, ma per capire chi abbiamo davvero davanti, senza sovrapporre le nostre paure o aspettative alla loro realtà.

5 passi concreti per accogliere le richieste di aiuto dei nostri figli

Fermati. Respira. Guarda.
Non agire subito. Fai una pausa, ascolta cosa sta accadendo dentro di te e fuori.

Nomina quello che osservi, senza interpretare.
“Vedo che sei molto arrabbiato.”
“Sento che sei triste oggi.”
Evita di etichettare o giudicare.

Offri uno spazio di ascolto autentico, senza forzare.
Anche un semplice “Io ci sono, quando vuoi parlarne” può fare la differenza.

Riconosci il bisogno, non solo il comportamento.
Quale bisogno sta cercando di esprimere mio figlio? Sicurezza? Attenzione? Amore?

Coltiva quotidianamente il tempo della relazione.
Anche solo 10 minuti di gioco o dialogo esclusivo al giorno, senza distrazioni. È tempo di qualità che nutre la fiducia.

E i papà? Anche il loro sguardo è fondamentale

Sì, spesso sono le mamme a sentire sulle spalle il carico più grande. Ma educare non è (e non dovrebbe mai essere) un mestiere solitario.
Ogni papà porta con sé potenzialità preziose: stabilità, gioco, tenerezza, forza, pazienza.

A volte i papà restano in disparte perché si sentono meno competenti, o perché pensano che certe cose siano “da mamma”. Ma non è così. Ogni gesto di presenza autentica, ogni parola detta col cuore, costruisce fiducia, sicurezza, amore.

Essere papà è essere parte viva di quella base sicura di cui ogni bambino ha bisogno.
Anche solo un “sono qui”, anche solo uno sguardo che dice “ti vedo”, può cambiare le cose.

La coppia come primo ambiente educativo

L’equilibrio emotivo di un bambino si nutre anche della serenità e della sintonia tra chi si prende cura di lui.
Non si tratta di essere sempre d’accordo su tutto, ma di essere una squadra, di avere il coraggio di parlarsi, di confrontarsi, di scegliere insieme la direzione da dare all’educazione dei propri figli.

Quando mamma e papà si sminuiscono a vicenda, quando si contraddicono davanti ai figli, si apre una crepa nella fiducia. Al contrario, quando si sostengono, anche nelle differenze, i figli respirano sicurezza, coerenza, amore.

Prendersi cura della relazione di coppia significa anche prendersi cura del benessere dei propri bambini.
Come ci insegna il coaching umanistico, ogni crescita personale si nutre di relazioni buone, di dialoghi sinceri, di alleanze forti.

Se senti che da sola non ce la fai… sappi che non sei sola

Non esistono genitori perfetti. Esistono genitori che si mettono in gioco. Che si fanno domande. Che scelgono di imparare, di allenarsi, di chiedere aiuto quando serve.
E questo non è un segno di debolezza. È il primo atto di cura verso sé stessi e verso i propri figli.

Se queste parole ti hanno parlato, se ti sei riconosciuta tra queste righe, ho pensato a uno spazio speciale proprio per te.

Sta per nascere un nuovo spazio di condivisione educativa:

La Stanza del Noi

Dove le relazioni fioriscono, e grandi e piccoli imparano a diventare sé stessi

Un gruppo online per mamme, papà, educatori, nonni: per chi desidera confrontarsi, imparare, sentirsi meno solo nella meravigliosa fatica dell’educare.
Ci troveremo ogni 15 giorni, il giovedì sera alle 21.00, a partire da giovedì 8 maggio, in un clima accogliente, rispettoso e autentico.

Per partecipare, è richiesto solo un piccolo gesto di responsabilità e appartenenza:
una quota simbolica di 20€ all’anno, dalla data di iscrizione.
Un modo semplice per dare valore a ciò che stai scegliendo di costruire insieme a me, e per sostenere questo spazio nel tempo.

Se senti che è arrivato il momento di prenderti cura anche di te, della tua relazione con i figli, con il partner, con te stessa, scrivimi.
Ti risponderò con gioia.
Perché sì: felici s’impara. E insieme, si fiorisce meglio.

Con affetto e presenza,
Santina

La tua allenatrice di felicità

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24/01/2026

Separazione e senso di colpa: perché non è un fallimento ma un nuovo inizio

24/01/2026

Separazione e senso di colpa: perché non è un fallimento ma un nuovo inizio

Separazione e senso di colpa: perché non è un fallimento ma un nuovo inizio

Come passare dal senso di colpa al ricordo di te, un passo alla volta (per mamme separate)

Ti capita mai di sentirti come un’equilibrista su un filo sottile, sospesa nel vuoto senza rete di protezione?

Cammini cercando di tenere tutto insieme:
i figli,
il lavoro,
la casa che improvvisamente sembra troppo grande o troppo vuota,
i conti che devono tornare.

E mentre fai attenzione a non cadere, una voce dentro di te continua a ripetere:

“Hai fallito.
Hai rotto la famiglia.
È colpa tua.”

Se stai leggendo queste righe, so che conosci bene quella voce.
È una nebbia silenziosa che accompagna molte donne dopo una separazione.
Soprattutto le madri.

La società ci chiama famiglie monoparentali.
Le statistiche dicono che siamo sempre di più e che corriamo il doppio degli altri.

Ma dietro i numeri c’è altro:
c’è il cuore che trema,
c’è la paura del giudizio dei figli,
c’è la fatica fisica ed emotiva di dover essere madre e padre insieme.

Separazione e senso di colpa: perché quello che provi è normale

Voglio dirti una cosa con chiarezza, senza girarci intorno:

quello che stai vivendo non è una debolezza.

La psicologia lo spiega bene:
la separazione non è solo un atto burocratico, è un vero e proprio lutto.

È la perdita di un progetto di vita.
È il crollo di un “noi” che avevi immaginato stabile.
E come ogni lutto, ha bisogno di tempo per essere attraversato.

Il problema non è la separazione in sé.
Il problema nasce quando restiamo bloccate nel senso di colpa o nella resistenza, cercando di rimediare a tutti i costi.

Quando il senso di colpa diventa una trappola

Molte mamme separate cercano inconsapevolmente di “farsi perdonare”.

Come?
Diventando madri perfette.
Correndo di più.
Riempendo ogni vuoto.
Sacrificandosi ancora.

Ma questo meccanismo ha un prezzo altissimo.

Il risultato, spesso, è il burnout:
stanchezza cronica,
assenza di gioia,
sensazione di svuotamento.

Ci raccontiamo che lo facciamo per il bene dei figli.
Ma la verità è più scomoda:

nessun bambino può stare bene se la sua mamma è spenta.

Separazione non è fallimento: lo sguardo Montessori sugli errori

E se la separazione non fosse un errore da cancellare,
ma un dato di realtà da cui ripartire?

Nel mio lavoro di Family Coach Montessori, applico il Metodo Montessori anche agli adulti.
Maria Montessori ci ha lasciato un insegnamento potentissimo:

L’errore non è un fallimento morale.
È un alleato.

Lei lo chiamava “Il Signor Errore”.
Un amico che ci indica che quella strada non funzionava più e che è tempo di calibrarne una nuova.

Non si tratta di colpevolizzarsi.
Si tratta di assumersi una responsabilità creativa.

Ricominciare dopo una separazione: dall’ordine esterno a quello interno

Immagina di poter organizzare la tua casa e la tua vita non per sopravvivere,
ma per sostenerti davvero.

Un ambiente che alleggerisce invece di appesantire.
Un ordine esterno che aiuta a fare ordine dentro.

Questo è uno dei pilastri del Metodo Montessori:
l’ambiente non è neutro, educa.

Vale per i bambini.
E vale anche per noi adulti.

La felicità non è fortuna: è una competenza

Qui voglio essere molto chiara.

La felicità non è qualcosa che capita ad alcune e ad altre no.
Non è una dote innata.
Non è un premio per chi ha fatto tutto “bene”.

La felicità è una competenza.
Un muscolo che si può allenare.

Anche — e soprattutto — quando la vita cambia forma.

Non devi inventarti una nuova versione di te.
Devi solo ricordarti chi sei, togliendo la polvere della stanchezza e della paura.

Una guida pratica per mamme che ricominciano

Se stai vivendo una separazione e senti addosso un senso di colpa che non ti lascia tregua, sappi questo:
non sei sola.

Per aiutarti a fare il primo passo fuori dalla nebbia, ho scritto una guida pratica e concreta, pensata proprio per mamme che stanno ricominciando.

Si intitola:

“Equilibriste Felici – Guida di sopravvivenza per mamme che ricominciano”

Dentro troverai strumenti utilizzabili subito, non teoria astratta:

Come usare l’Osservazione Silenziosa per spegnere i sensi di colpa.

Come organizzare la casa “alla Montessori” per dimezzare la fatica quotidiana.

Una bussola pratica sui diritti economici, perché anche la sicurezza materiale fa parte della serenità.

Un invito personale

Non voglio che questa guida sia solo un altro file dimenticato sul computer.
Voglio che sia l’inizio di un dialogo.

Per questo ho scelto di non mettere un link automatico.

�� Scrivimi su WhatsApp al 338 717 9684
Scrivimi semplicemente:
“Ciao Santina, vorrei la guida Equilibriste”

Te la invierò personalmente e, se vorrai, sarò felice di sapere cosa ti ha smosso.

Non aspettare di sentirti pronta o perfetta.
Il momento giusto per ricominciare è adesso.

Ti aspetto,
Santina ��

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25/11/2025

“Essere Normali: quando il corpo parla, e cosa ci sta davvero dicendo”

25/11/2025

“Essere Normali: quando il corpo parla, e cosa ci sta davvero dicendo”

“Essere Normali: quando il corpo parla, e cosa ci sta davvero dicendo”

Ci sono giorni in cui il corpo sembra avere più voce di noi.
Una tensione che non passa, un mal di testa che torna, una stanchezza che non capiamo… e dentro un pensiero silenzioso: “Ma è normale sentirmi così?”

È una domanda che ricevo spesso, soprattutto dalle donne con cui lavoro ogni giorno.
E la verità è che “normale” non significa universale. Non significa uguale per tutte.
Siamo parte della stessa specie, sì… ma ognuna di noi vive il corpo con una storia diversa, con emozioni diverse, con un modo tutto suo di tenere e lasciare andare.

Per questo ho chiesto a Elena — che da anni ascolta i corpi delle persone prima ancora delle loro parole — di raccontare che cosa significa davvero essere “normali” e perché i sintomi che ci disturbano non sono mai solo sintomi.

Il suo articolo è una immersione nel corpo che parla, nella sua intelligenza, e in quella parte di noi che spesso ignoriamo finché non inizia a bussare più forte.

Qui sotto trovi le sue parole.
Leggile con calma, come se stessi ascoltando una parte di te che forse hai trascurato.

Siamo tutti parte della stessa specie e, come tali, condividiamo una struttura fisica, organica e fisiologica incredibilmente simile. Il nostro scheletro, composto da 206 ossa, ne è l'esempio lampante: le ossa del cranio, della colonna vertebrale, delle costole, delle braccia e delle gambe sono tutte disposte nello stesso modo e svolgono le stesse funzioni fondamentali. Anche le articolazioni, come le ginocchia, i gomiti e le anche, hanno una struttura e una funzione simile in tutti gli individui.

La struttura e la funzione dei nostri organi vitali e dei nostri sistemi fisiologici, come il sistema circolatorio, il sistema respiratorio, il sistema nervoso e il sistema digestivo, funzionano in modo molto simile in tutti gli esseri umani. Il cuore pompa sangue ricco di ossigeno ai tessuti, i polmoni scambiano ossigeno e anidride carbonica, il cervello processa informazioni e coordina le funzioni corporee, e il sistema digestivo scompone il cibo in nutrienti essenziali. Queste funzioni fondamentali sono condivise da tutti gli esseri umani, indipendentemente dalle differenze individuali.

Tuttavia, nonostante questa sorprendente uniformità, ci sono molti fattori che contribuiscono a rendere ogni individuo unico e diverso dagli altri. Le differenze esteriori, come il colore della pelle, la forma degli occhi, la statura e il peso, sono segni evidenti delle nostre peculiarità individuali e diventano caratteristiche importanti per la nostra identità.

Ma è soprattutto l'aspetto emotivo, psicologico e sociale a rendere ogni essere umano profondamente diverso dall'altro. La personalità, il temperamento, l'ambiente in cui cresciamo, le esperienze di vita, le credenze e le convinzioni influenzano il modo in cui percepiamo il mondo, interagiamo con gli altri e affrontiamo le sfide della vita.

Oggi ci chiediamo spesso cosa sia "normale" e cosa no, confrontando il nostro corpo, le nostre idee e i nostri comportamenti con quelli degli altri. Ma il concetto di normalità può essere fuorviante: i corpi umani sono incredibilmente simili eppure diversi tra loro.

I corpi umani sono progettati per funzionare in modo efficiente e adattarsi alle esigenze individuali per questo è fondamentale conoscere e rispettare le proprie inclinazioni naturali, i propri punti di forza e le proprie esigenze per mantenere l'integrità fisiologica e far sì che i processi biochimici dell'organismo continuino a lavorare in maniera sana ed equilibrata.

Quando siamo in sintonia con le nostre attitudini e i nostri valori, il corpo risponde con maggiore equilibrio, riducendo lo stress e favorendo il benessere generale.

Accettare e rispettare le differenze individuali, e restare fedeli a ciò che ci rende unici, è la chiave per mantenere un equilibrio salutare e felice.

Ma cosa accade quando ignoriamo questa verità interiore?

Il corpo spesso ci manda segnali d'allarme.

Prendi il mal di testa, ad esempio: un sintomo molto comune che può essere il riflesso di un disagio più profondo.

Il mal di testa è un disturbo comune e generalmente non grave, che può però creare notevoli disagi nella vita quotidiana.

L’emicrania si è classificata al 3° posto tra le cause di disabilità in uomini e donne con meno di 50 anni.

Se si considerano tutti i tipi, i sottotipi e le varianti meno frequenti, la medicina tradizionale arriva a contare oltre 150 forme di cefalea (mal di testa) che si differenziano per cause e fattori scatenanti, tipo di dolore e sintomi di contorno, modalità di insorgenza, zona o zone del capo in cui si localizza, durata e frequenza degli attacchi.

Di fronte ad alcuni tipi di mal di testa è importante rivolgersi al medico di famiglia per avere indicazioni corrette su come affrontarli in modo sicuro ed efficace.

Che si tratti di cefalea a grappolo oppure tensiva, che il dolore arrivi in sede frontale oppure occipitale, che sia psicogeno, a predisposizione genetica o di matrice ormonale, il mal di testa esprime sempre anche qualcosa di esistenziale e di importante.

Rivela la presenza di un vissuto interiore cui la persona non dà spazio, perché non può, non riesce o non sa che esiste. Un vissuto costituito da un qualcosa di importante che chiede di essere risolto o da una carica che ha assoluto bisogno di essere espressa ma non ci riesce. O che ci riesce male, come quando invece di parlare ed esprimerti liberamente mugugni e non sbotti oppure sbotti con le persone o le parole “sbagliate”.

Anche la scienza ha confermato che il corpo è sede della mente e che i sintomi fisici sono campanelli che richiamano l’attenzione sulle nostre emozioni.

Potremmo quindi dire che ciascun segnale del corpo è di origine psico-emotiva.

Riconoscere e rispettare le nostre unicità, ascoltare i segnali che il corpo ci manda e esprimere i nostri pensieri e sentimenti sono passaggi fondamentali per mantenere un equilibrio salutare e felice sia nel corpo che nella mente che nelle relazioni.

Se quello che hai letto ti ha risuonato anche solo un po’, sappi che il tuo corpo non ti sta “disturbando”: ti sta guidando.
E imparare ad ascoltarlo è un vero atto d’amore verso te stessa.

Ogni venerdì io ed Elena portiamo avanti questo lavoro con serietà, cura e tanta esperienza: aiutiamo le persone a leggere i segnali del corpo, a riconoscere le emozioni che li muovono e a ritrovare un equilibrio che sia davvero loro.

Qui sul mio sito trovi tutti gli approfondimenti già pubblicati e quelli che usciranno nelle prossime settimane, tutti i venerdì sui nostri social.

E se senti che è il momento di un passo in più, puoi scriverci direttamente su WhatsApp: insieme possiamo capire da dove partire, con rispetto dei tuoi tempi e delle tue necessità.

La felicità s’impara facendola, non parlandone.
Santina Bossini – Elena Cherubini

 

 

 

 

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12/11/2025

 IL CORPO PARLA: cosa vuol dire ascoltare i segnali del nostro corpo

12/11/2025

 IL CORPO PARLA: cosa vuol dire ascoltare i segnali del nostro corpo

(Rubrica: Il Corpo Parla – di Elena Cherubini in collaborazione con me)

Vi presento Elena: è una mia cara e stimata collega coach, riflessologa, fisioteraprista ed esperta di medicina cinese. Con la sua professionalità, competenza, e profonda conoscenza del corpo umano e delle emozioni, ci accompagna nella conquista di una consapevolezza concreta, che si fa strumento quotidiano per una vita in salute e felice. 

IL CORPO PARLA: cosa vuol dire ascoltare i segnali del nostro corpo

L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la salute come “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non semplicemente l’assenza di malattia o infermità”.

Una definizione che dovrebbe farci riflettere: non basta che il corpo “funzioni” per dire di stare bene.
La salute non è solo assenza di dolore o di sintomi, ma equilibrio tra corpo, mente e relazioni.

Il nostro corpo ci parla continuamente.
Lo fa con la sua voce antica e precisa: quella dei segnali, delle tensioni, delle stanchezze, dei piccoli dolori, delle emozioni trattenute.
Ogni giorno ci manda messaggi che provano a dirci dove stiamo andando fuori rotta, o dove ci stiamo trascurando.
Il problema è che non ci hanno mai insegnato a capirne la lingua.

Ti sarà capitato, da bambino, di avere mal di pancia prima di andare a scuola.
Ti avranno chiesto: “Quanto cioccolato hai mangiato?”.
Ma, spesso, non era il cioccolato.
Era paura. Bisogno di sicurezza, di protezione, di restare un po’ nel nido caldo della casa.

Il corpo è il nostro primo linguaggio, ma da adulti lo trattiamo come un mezzo: lo forziamo, lo giudichiamo, lo spingiamo sempre “oltre”.
Eppure lui non mente mai: quando parla, è perché ha bisogno di essere ascoltato.

Ascoltare il corpo significa fermarsi, respirare e riconoscere la sua presenza.
Significa accorgersi che siamo vivi e che ogni respiro, ogni battito, è un messaggio di cooperazione tra corpo e mente.
Un piccolo esercizio quotidiano può essere già un inizio:

Concediti 5 minuti al giorno solo per te.
Siediti comoda, o resta in piedi con i piedi ben radicati a terra.
Respira.
Senti l’aria che entra e che esce.
Riconosci il movimento dei muscoli, del diaframma, del petto.

È nel momento in cui riconosci che esisti che il corpo inizia a parlarti.
E se lo ascolti davvero, inizia anche a raccontarti come stai: fisicamente, emotivamente, spiritualmente.

Perché ogni volta che avvertiamo una sofferenza fisica, possiamo essere certi che c’è anche una sofferenza emotiva o mentale che chiede spazio.
C’è una parte di noi — una potenzialità, come direbbe il coaching umanistico — che non stiamo allenando o che stiamo sovraccaricando.

Nel mio lavoro di fisioterapista ho incontrato molte persone che, pur provando dolore, continuavano a ignorare i segnali del corpo.
“Devo finire quel progetto”, “Devo occuparmi dei miei figli”, “Non posso fermarmi ora”.
E così, giorno dopo giorno, la stanchezza diventava abitudine.
Ma trascurarsi è un modo di dimenticare di esistere.

Prendersi cura di sé, invece, significa riconoscere il valore del corpo come alleato e non come strumento.
È attraverso il corpo che viviamo, amiamo, lavoriamo, abbracciamo, creiamo.
È lui che ci porta nel mondo e che ci avvisa quando qualcosa dentro o intorno a noi non è più in equilibrio.

Grazie alla collaborazione con Santina ho imparato che le potenzialità sono 24, 24 risorse che ciascuno di noi possiede per orientare la propria vita in modo consapevole, equilibrato e felice.
Allenarle significa imparare a conoscersi, a capire quali parti di noi stiamo trascurando e come riportare armonia tra corpo, mente e spirito.

Non basta un corpo sano per essere felici.
Non basta una mente lucida.
Non bastano relazioni positive.
Serve equilibrio tra tutte e tre.
Serve presenza.
Serve consapevolezza.

E serve ascolto.
Perché i segnali del corpo hanno sempre un unico scopo: ricordarci come vivere meglio, con più autenticità, salute e felicità.

�� Felici s’Impara, anche imparando a stare in ascolto di sé — con il corpo, con il cuore e con la vita.

Elena Cherubini e Santina Bossini

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01/11/2025

Spezzare il Circolo Vizioso: come uscire dall’autosabotaggio e tornare a scegliere se stessi

01/11/2025

Spezzare il Circolo Vizioso: come uscire dall’autosabotaggio e tornare a scegliere se stessi

Spezzare il Circolo Vizioso: come uscire dall’autosabotaggio e tornare a scegliere se stessi

Quante volte ci è capitato di desiderare un cambiamento e poi, appena si è presentata l’occasione, tirare il freno a mano?
Ci raccontiamo che non è il momento giusto, che dobbiamo ancora capire, che forse non siamo abbastanza preparati.
E intanto la vita resta in attesa, sospesa tra il desiderio di andare avanti e la paura di farlo davvero.

Questo movimento è sottilissimo ma potente.
È l’autosabotaggio: quel meccanismo invisibile che ci tiene fermi, anche quando la mente dice “vai”.
Nasce dalla paura, ma si traveste da prudenza, da razionalità, da buon senso.
Ci illude di proteggerci, mentre in realtà ci allontana da ciò che siamo.

Quando la paura guida, la vita si restringe

La paura del cambiamento è naturale.
Ogni trasformazione ci mette davanti all’ignoto, e l’ignoto fa tremare.
Ma la paura, se non ascoltata, diventa un ostacolo silenzioso.
Ci fa rimanere dove soffriamo, pur di non affrontare la fatica di crescere.

Il punto è che crescere significa anche perdere pezzi di ciò che eravamo.
Significa dire addio a vecchie abitudini, a ruoli che non ci rappresentano più, a modi di pensare che ci hanno accompagnato per anni.
E questo, sì, fa male.
Ma è un dolore che libera, non che imprigiona.
Perché la felicità non arriva quando smettiamo di avere paura, ma quando smettiamo di lasciarci comandare da essa.

L’autosabotaggio ha sempre un intento positivo — e un messaggio spirituale

Nel coaching umanistico impariamo che ogni comportamento, anche quello che ci danneggia, nasce da un intento buono: proteggerci.
Ma nel coaching spirituale andiamo ancora più in profondità: riconosciamo che ogni paura è un portale, un’occasione per tornare a noi.
Finché restiamo sulla soglia, raccontandoci “la storia dell’orso” — quella che inizia sempre con “non posso”, “non è il momento”, “non sono pronta” — restiamo nel racconto, non nella verità.

La verità arriva quando smettiamo di scappare e entriamo nella paura.
La osserviamo, la attraversiamo, le permettiamo di parlarci.
Solo così la paura smette di essere un nemico e diventa una maestra: ci mostra dove c’è vita che vuole espandersi, dove c’è un desiderio che chiede spazio.
E in quel momento, smettiamo di sabotarci e iniziamo a fidarci.

Allenarsi alla fiducia: il DDF e la prova dei fatti

Il cambiamento non è un colpo di fortuna, è un allenamento quotidiano.
Nel mio metodo Felici s’Impara parlo spesso di DDF — Darsi Da Fare.
Non in modo cieco o compulsivo, ma come scelta consapevole di stare nel processo.
Perché la felicità, come ogni competenza, si allena facendo.

C’è una riprova semplice, scientifica e universale: qualsiasi cosa, se vuoi imparare a farla bene, la devi fare e rifare.
Guidare, sciare, scrivere, amare, pensare. Tutto.
La padronanza nasce dal movimento ripetuto, non dal pensiero perfetto.
E quando ripeti, osservi, correggi e riprovi, impari non solo a “fare”, ma ad autogovernarti: a essere tu la guida del processo, non la vittima delle circostanze.

L’azione concreta è il vero antidoto all’autosabotaggio.
Perché quando agiamo, il corpo impara prima della mente.
È così che si costruisce la fiducia: un piccolo passo alla volta, finché la paura smette di essere un muro e diventa una soglia.

La felicità si allena, non si attende

Non arriverà mai il momento perfetto.
Arriverà il momento in cui deciderai che va bene così: con le tue paure, le tue incertezze, i tuoi limiti.
E da lì inizierai a muoverti.
Non per cambiare tutto, ma per vivere meglio dentro ciò che sei.

L’autosabotaggio si dissolve quando scegliamo di darsi da fare, anche imperfettamente.
Quando l’amore per la vita diventa più forte della paura di perderla.
Quando iniziamo a ricordarci che la felicità non è un punto di arrivo, ma un modo di camminare.

E se vuoi un campanello d’allarme per capire quando ti stai fermando, ascolta queste parole:

“Sono fatta così.”

Ogni volta che le pronunci, fermati e chiediti — così come?
Scrivilo. Nero su bianco.
Perché verba volant, scripta manent (le parole volano, gli scritti rimangono).
Scrivendo, ti accorgerai che “così come” non è una condanna, ma un punto di partenza.
Puoi imparare, puoi cambiare, puoi crescere.
Felici s’impara, sempre. Strada facendo.

�� Allenamento per te – esercizio di consapevolezza

Prenditi dieci minuti e scrivi, senza filtri:

Una situazione in cui ti dici spesso “sono fatta così”.

Cosa temi davvero che possa accadere se cambi.

Un piccolo gesto concreto (anche minimo) che puoi fare oggi per darti da fare in quella direzione.

Non serve la perfezione. Serve iniziare.
Ricorda: la felicità è un muscolo, non un colpo di fortuna.

�� Felici s’impara, strada facendo.
Io sono Santina Bossini, life coach umanista, family coach Montessori e allenatrice di felicità.
Accompagno persone, donne e famiglie a ritrovare equilibrio, fiducia e libertà interiore attraverso il mio metodo Felici s’Impara, che integra il coaching umanistico, il pensiero Montessori e la spiritualità concreta del fare.

 

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